Iwao Hakamada

Storia di Iwao, 48 anni nel braccio della morte da innocente

Iwao Hakamada era un ex pugile professionista. Aveva quasi 20 anni, quando fu arrestato. Era il 1968, lo accusavano di aver dato alle fiamme la fabbrica di miso (il tipico condimento giapponese derivato dai semi della soia gialla) dove lavora, di aver ucciso il direttore, la moglie e i loro due figli, e di aver rubato dalla cassaforte 200 mila yen. Ma lui era innocente. Quando entrò in una piccola cella della stazione di polizia locale, sapeva benissimo di essere vittima di un errore giudiziario. Ma non avrebbe mai pensato che stava per diventare il protagonista di uno degli errori giudiziari più lunghi di sempre non solo del Giappone, ma di tutto il mondo.

Iwao Hakamada giovane
Iwao Hakamada, nel periodo dell’arresto.

Iwao Hakamada subì 264 ore d’interrogatorio senza avvocato, suddivise in sessioni da 16 ore senza pause. Nel sistema giudiziario giapponese basta una confessione per assicurare virtualmente la condanna, a prescindere dal processo. E la circostanza che non vi fosse l’obbligo di registrazione degli interrogatori, nascose una realtà spaventosa: Iwao Hakamada subì pestaggi, minacce, privazione forzata del sonno; non poté mangiare né bere, tantomeno usare il bagno. Dopo 23 giorni di tortura, Hakamada crollò e confessò.

Il processo arrivò due anni dopo. In aula l’ex pugile provò a ritrattare la sua confessione, raccontò delle violenze che l’avevano indotto a cedere, e si dichiarò innocente. L’accusa  presentò prove controverse, rinvenute sulla scena del crimine addirittura 14 mesi dopo l’incendio della fabbrica di miso. Furono sufficienti a far sì che i giudici considerassero l’imputato colpevole e lo condannassero  morte. Il verdetto divenne definitivo nel 1980 il verdetto e Iwao Hakamada fu rinchiuso nel braccio della morte.

Come tutti i condannati a morte in Giappone, Hakamada non fu classificato come “prigioniero” dal sistema di giustizia e non poté dunque godere degli stessi diritti garantiti ai carcerati comuni. In perenne isolamento, niente televisione né attività pesonali, visite sono strettamente sorvegliate e, tranne che per l’uso del bagno e per un paio di sessioni di ginnastica alla settimana, divieto assoluto di uscire dalla cella.

Il codice di procedura penale giapponese preveda l’esecuzione entro sei mesi dalla sentenza definitiva. Eppure Hakamada l’esecuzione subì una proroga dopo l’altra. Passarono mesi, anni, decenni. L’ex pugile attendeva il patibolo sognando nello stesso tempo un processo di revisione. Per 13 anni gli avvocati misero insieme prove a suo favore, ma nel 1994 gli fu negato un nuovo processo.

In Giappone la pena di morte è regolata da un sistema di silenzio assoluto: i detenuti scoprono la data dell’esecuzione solo il giorno stesso, i familiari soltanto dopo che è stata eseguita. Hakamada ha vissuto per anni aspettando di essere impiccato da un momento all’altro, uno stress che lo ha fatto ammalare di una forma di psicosi chiamata “sindrome del braccio della morte”, tipica dei condannati a morte.

Iwao Hakamada oggi
Iwao Hakamada, poco dopo la scarcerazione.

Mentre fuori dal carcere la sorella continuava a battersi in favore della sua innocenza, insieme con attivisti e parlamentari, Hakamada non perdeva la speranza. Una prima svolta, nel 2007: uno dei tre giudici che l’aveva condannato, ammise pubblicamente di aver sempre creduto nell’innocenza dell’ex pugile, ma che non era stato in grado di convincere i suoi colleghi in camera di consiglio.

Negli anni successivi, tra il 2008 e il 2012, tre test del DNA risultarono negativi. Di conseguenza, i media cominciarono a occuparsi in modo sempre più approfondito della vicenda, la pressione sulle istituzioni crebbe sempre di più. Nel 2014, l’epilogo: il 27 marzo 2014, a 46 anni di distanza dal processo e a 48 dall’arresto, la Corte Suprema rilascia Iwao Hakamada.

Durante il primo incontro pubblico dopo la liberazione, organizzato a Tokyo dalla Comunità di Sant’Egidio, per Iwao Hakamada sono arrivate anche le scuse: “Signor Hakamada, le chiedo profondamente scusa, a nome di uno Stato che le ha provocato questa ingiusta sofferenza”. Parole, accompagnate da un profondo inchino, di un politico di lungo corso come Shizuka Kamei, già capo della polizia e oggi responsabile della Lega per l’abolizione della pena di morte in Giappone. Un Paese, unico del G8, dove le esecuzioni sono ancora legali e continuano a far registrare numeri in aumento anno dopo anno.

Iwao Hakamada
Iwao Hakamada.

Iwao Hakamada, oggi 83 anni, è diventato cattolico durante la vigilia di Natale del 1984. Per questo, fino all’ultimo, ha sperato che la recente visita di Papa Francesco in Giappone (alla fine di novembre 2019) fosse l’occasione per un incontro con il Pontefice. Ma non se n’è fatto nulla.

Uno dei tantissimi gruppi di sostegno nati nel tempo a suo favore ha annunciato che la storia di Iwao Hakamada diventerà un manga: così, grazie a uno dei popolarissimi fumetti giapponesi, le nuove generazioni verranno a conoscenza di una vicenda che dovrà essere di insegnamento.

“Qual è stato l’aspetto più duro di questi 48 anni? La negazione di Dio, l’andare contro la natura umana. Mi sento di fare una critica al sistema giudiziario giapponese: solo chi vince può appellare la sentenza, chi perde non ha speranza: questa non è giustizia, ma ingiustizia”.

“Per tutta la durata della mia detenzione non ho mai perso la speranza. Bisogna sempre conservarla, la forza si alimenta di forza. Quando vinci diventi più forte, sempre più forte. Per questo bisogna sempre mantenere la fiducia. La mia storia deve servire a cambiare le cose: è venuto il momento di trovare un’alternativa alla pena di morte”.

“Lì dentro ero invecchiato tantissimo, ora che sono tornato libero mi sento un ventenne, con la stessa freschezza fisica e mentale di quando mi arrestarono. Sono tornato invincibile come allora, quando da pugile non c’era nessuno capace di battermi. Adesso bisogna sconfiggere la pena di morte: non c’è giustizia senza vita”.

“Avrebbero dovuto farmi fuori subito. Ora il Governo dovrà sborsare anche un sacco di soldi per risarcirmi”.

(AsiaNews, SkyTg24, The Japan Times, International Web Post)

Ultimo aggiornamento: 19 gennaio 2020

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