Contrada: “Mi hanno tolto 23 anni”

Bruno Contrada

«Sono rimasto un po’ confuso e frastornato. La considero una tappa, una piccola pietra miliare in questo lungo cammino, che aiuta nel percorso ancora da fare». Così Bruno Contrada, ex numero due del Sisde e capo gabinetto dell’Alto commissariato per la lotta alla mafia, oggi 84 anni, commenta la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. Strasburgo ha condannato l’Italia a pagare diecimila euro di danni (e 2.500 di spese legali) a Contrada perché non andava condannato come invece è avvenuto, con la sentenza definitiva dal 2008 per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Per i giudici di Strasburgo è proprio quel reato il “motivo” della condanna all’Italia: il reato di concorso esterno non esiste nel codice penale, ma è composto dall’unione di più reati ed è stato riconosciuto come tale solo dalla giurisprudenza a partire dal 1994. Contrada, però, è stato condannato per aver commesso “concorso esterno” dal 1979 al 1988. Per i giudici di Strasburgo l’Italia ha violato l’articolo 7 della convenzione dei diritti dell’uomo, che si basa sul principio “nulla poena sine lege”, cioè che «nessuno può essere condannato per un’azione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale».

 

Cosa ha provato quando ha appreso la notizia?
Me l’ha comunicata la professoressa Andreana Esposito, insegnante di diritto europeo alla II Università di Napoli, e consulente dell’avvocato Enrico Tagle di Napoli che ha presentato il ricorso. Esposito mi ha solo comunicato che «il ricorso è stato accolto, e la Corte europea ha condannato il governo italiano». Non ha aggiunto altro, perché nemmeno lei aveva potuto leggere la sentenza. Nemmeno io, che ce l’ho qui davanti, ho avuto ancora il tempo di leggerla. Alla notizia sono rimasto un po’ confuso. Finora ho ricevuto centinaia di telefonate di parenti, amici e giornalisti. Questa sentenza la considero una tappa, una piccola pietra miliare in questo lungo cammino, che aiuta nel percorso ancora da fare.

 

Nelle motivazioni della condanna la Corte europea scrive: «Il reato contestato di concorso esterno è stato il risultato di un’evoluzione giurisprudenziale iniziata alla fine degli anni ’80 del ‘900 e che si è consolidata nel 1994, con la sentenza della Cassazione “Demitry”. Così, all’epoca in cui i fatti contestati a Contrada sono avvenuti (1979-1988) il reato non era sufficientemente chiaro, né prevedibile da lui. Contrada non avrebbe potuto conoscere le pene in cui sarebbe incorso».
In sostanza non avrei dovuto essere condannata. È vero?

 

Sì. Il succo è questo.
Al massimo avrei dovuto essere condannato per un reato più lieve, quale il favoreggiamento. Ma non per questo. In effetti non avrei dovuto essere condannato per nessun reato perché non ho commesso quello di cui mi accusano.

 

Due mesi fa, il suo difensore storico, Giuseppe Lipera, ha presentato alla corte d’appello di Caltanissetta la quarta richiesta di revisione del suo processo: l’udienza è fissata il 18 giugno. Le altre tre volte la richiesta è stata rigettata anche dalla Cassazione. Pensa che dopo la sentenza di Strasburgo qualcosa potrà cambiare?
Sul piano giuridico, non so che incidenza potrà avere: non so se la sentenza di oggi (ieri, ndr) in qualche modo inciderà sul piano dottrinario, o sulla valutazione dei giudici. Lo spero. Vedremo.

 

La sentenza arriva poco più di un anno dopo l’altra sentenza con cui Strasburgo ha condannato l’Italia per l’ingiusta detenzione in carcere da lei vissuta tra il 2007 e il 2008. Lo Stato italiano, nel frattempo, le ha versato il risarcimento che le spettava per quel motivo?
Sì, ma il rimborso che mi è stato dato non mi ricompensa di quel che ho subìto. Io ho vissuto 31 mesi e sette giorni in custodia cautelare, carcere militare, prima e durante il processo. Addirittura nel carcere militare di Palermo fu aperta una cella solo per me, con 25 uomini deputati alla mia vigilanza. Sono stato arrestato il 24 dicembre del 1992 e sono rimasto in carcere sino al 31 luglio 1995. Dopo la condanna definitiva, dal 10 maggio 2007 al 24 luglio 2008, ho scontato ancora la pena nel carcere militare di Santa Maria Capua a Vetere, sinché mi sono stati concessi i domiciliari, regime in cui ho vissuto sino al 12 ottobre 2012. Rinuncerei a tutto, anche a quel poco di vita che il Padreterno mi concede, purché venga riconosciuta e conclamata la verità. Io sono stato condannato ingiustamente e ho sofferto una pena che non è solo quella del carcere, ma la distruzione morale della mia vita per 23 anni. Questo è il mio stato d’animo. Non serbo rancore né provo odio per nessuno, perché non ho mai conosciuto questi sentimenti. Ho solo il disprezzo verso alcune persone. Una pletora di persone. A cominciare dai pendagli da forca – quelli che sono definiti collaboratori di giustizia, che per non espiare la pena che gli competeva, cioè l’ergastolo, hanno iniziato a dichiarare quello che volevano – fino ad arrivare agli sciacalli. Nomi non me ne chiedete, perché non ne farò.

 

Non si sente in qualche modo “risarcito” da quest’ultima sentenza?
Non c’è nessuna cifra che mi può restituire i ventitré anni di vita che dal 1992 mi hanno voluto togliere qui in Italia, sostituendosi al Padreterno. Non esiste infatti solo la morte fisica, ma anche quella civile. E quella che ho subìto io non è stata solo una condanna a 10 anni di carcere, ma una condanna alla morte civile, perché è stata distrutta tutta la vita. Mi hanno distrutto moralmente e fisicamente, sono stato privato della libertà, ho vissuto nell’angoscia per lunghi anni, ho subìto abusi, è stata distrutta la mia carriera, sono stati letteralmente annullati gli ideali che mi hanno accompagnato per tutta la vita. Per raccontare quello che ho vissuto, ci vorrebbe non un libro, ma i 41 volumi della Rappresentazione della commedia umana di Balzac. Come potrei avere un risarcimento? C’è poi una seconda cosa: a me interessa una sentenza in nome del popolo italiano che dica che non sono colpevole. Perché io sono nato italiano. Non solo perché sono nato in un certo punto geografico, ma perché mi sento tale fino al midollo, e voglio sentirmi definire «non colpevole in nome del popolo italiano». Sentire una sentenza in nome del popolo europeo, mi accontenta fino ad un certo punto, mi è di stimolo per continuare a lottare. Penso che questa sentenza possa essere un pungolo, un incentivo, a modificare la decisione di una giustizia che in nome del popolo italiano finora mi ha chiamato “mafioso” e “traditore delle istituzioni”, e che mi impedisce persino di votare nel mio paese, perché sono stato interdetto dai pubblici uffici. Io spero di vivere ancora un poco per vedermi riconosciuta la giustizia e la verità. Verrà un momento in cui la verità sulla mia vicenda emergerà, non è possibile che io abbia subìto queste sofferenze senza un motivo: quello che mi dà questa sentenza di oggi è la voglia di andare avanti a chiedere giustizia.

 

(fonte: Chiara Rizzo, Tempi, 15 aprile 2015)