Il super poliziotto condannato per un reato che non esisteva

Storia di Bruno Contrada, ex numero 2 del Sisde, condannato per un reato che all’epoca dei fatti non era previsto come tale. Assolto anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, risarcito per ingiusta detenzione. Dopo 28 anni.

SCHEDA

Bruno Contrada

Palermo (Palermo)
  • Anno
  • 2020
  • Reato
  • Concorso esterno in associazione mafiosa
  • Avvocato
  • Stefano Giordano
  • Giorni di detenzione
  • 1642 (carcere), 1277 (arresti domiciliari)
  • Errore
  • Indagini
  • Risarcimento
  • 667 mila euro
Bruno Contrada
Bruno Contrada.

È stato un errore giudiziario. E il carcere, con i successivi arresti domiciliari, sono stati ingiusta detenzione. La vicenda vissuta da Bruno Contrada, oggi 88 anni, ex numero 2 del Sisde (il servizio segreto civile, nella vecchia denominazione) è stata un’ingiustizia. La parola definitiva a una storia che ha attraversato quasi trent’anni della storia d’Italia è stata messa dalla Corte d’Appello di Palermo: tutto il processo intentato nei confronti di Contrada fu «illegittimo e illegale, fin dall’apertura delle indagini, perché si è svolto in relazione a fatti che al momento in cui sono stati commessi erano privi di rilevanza penale».

Bruno Contrada fu arrestato il 24 dicembre 1992 con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Gli inquirenti erano convinti delle dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia come Gaspare Mutolo e Tommaso Buscetta, secondo cui  Contrada era stato controllato da Cosa nostra attraverso il boss Rosario Riccobono.

Al termine di un processo di primo grado, si arrivò a una condanna a 10 anni e 3 di libertà vigilata. In secondo grado, però, il verdetto fu ribaltato: per Contrada fu assoluzione. Ma la sentenza fu annullata subito dopo in Cassazione, che nel 2002 dispose un nuovo processo. Nel 2007 l’ulteriore sentenza, questa volta definitiva, fu di condanna.

Bruno Contrada ha trascorso 4 anni e mezzo in carcere e 3 anni e mezzo agli arresti domiciliari. Due anni gli sono stati condonati per buona condotta. Ha finito di scontare la pena soltanto nel 2012, quando è tornato libero. Nel frattempo gli era stata sospesa la pensione.

Tre anni dopo, nel 2015, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia a risarcire il poliziotto, ritenendo che non dovesse essere né processato né condannato perché all’epoca dei fatti contestati, avvenuti tra gli anni ’70 e ’80, il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non fosse «chiaro né prevedibile».

In seguito alla pronuncia europea il difensore di Contrada, l’avvocato Stefano Giordano, ha presentato per ben quattro volte richiesta di revisione del processo. Neanche la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sembrava inizialmente smuovere i giudici.  Solo il 7 luglio 2017 la Corte di Cassazione revocava, tramite annullamento senza rinvio, la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa a Contrada, dichiarandola «ineseguibile e improduttiva di effetti penali» poiché il fatto non era previsto come reato, in accoglimento della sentenza di Strasburgo. A quel punto, la strada verso la richiesta di un risarcimento per ingiusta detenzione era ormai spianata.

E così, il 6 aprile 2020, la Corte d’Appello di Palermo ha accolto l’istanza presentata dall’avvocato Giordano. E ha disposto la liquidazione della somma di 667 mila euro (507 mila come riparazione per ingiusta detenzione, più altri importi a titolo di risarcimenti vari) nei confronti di Bruno Contrada.

«Ci sono danni che non si possono ripagare con i soldi, sono danni irreparabili. Ed è quello che ho subito io. Non solo io. Ma anche la Polizia, i Servizi di sicurezza. Tutti noi abbiamo subito danni, chi economici, chi morali. Poi, a 88 anni e mezzo cosa me ne devo fare dei soldi? Io ho già la valigia pronta per andarmene, ho un piede nella fossa…».

«Pure le istituzioni hanno subito danni da questa vicenda. Vede come soffrono le persone a stare in casa per il Coronavirus? Io queste restrizioni le ho subite per otto anni. Ho subito tutto questo in età avanzata, al termine della mia carriera. Mia moglie nel frattempo è morta di crepacuore, mio figlio si è ammalato, subito dopo il mio arresto, a venti anni».

«Quando nel 2017 la Cassazione ha recepito la sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo, confortata dalla decisione della grande Camera di Strasburgo dove 17 giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso dell’Italia, ho provato un momento di gratificazione. L’Europa riconosceva la mia sventura umana e giudiziaria. Ma io provavo sofferenza solo a leggere i documenti di quella causa che cominciava con “Bruno Contrada contro l’Italia”».

«Ho vissuto fin da piccolo col valore altissimo della Patria, l’Italia, e dello Stato. Solo per questo avrei diritto a un risarcimento, solo perché hanno distrutto le certezze e i valori in cui ho creduto una vita. Per me indossare la divisa da ufficiale dei bersaglieri a 22 anni, e poi quella della polizia di Stato fino a diventare dirigente generale, era tutto. Anche in carcere applicavo quei valori comportandomi bene e rendendomi utile con i consigli e l’esempio per i compagni di detenzione».

 

(fonti: Askanews, Adnkronos, Tgcom24, Ansa)

Ultimo aggiornamento: 7 aprile 2020

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