Cento volte ingiustizia - Prefazione     Pubblicata il 21 Ottobre 2009

Prefazione (di Roberto Martinelli)

L’idea di raccogliere in un volume cento storie di cittadini travolti dalla macchina della giustizia, nasce dal caso della piccola Miriam Schillaci, la bambina uccisa da un tumore che un medico aveva scambiato per violenza sessuale commessa dal padre. L’errore diagnostico indusse il giudice a sbagliare nel ritenere il genitore colpevole, e il giornalista a sbattere in prima pagina un “mostro” innocente.

Medico, magistrato e giornalista sono i rappresentanti delle tre corporazioni alle quali il cittadino affida la tutela della salute, della libertà e dell’onore. Per questo, quando queste categorie professionali cadono in errore, le conseguenze finiscono per avere un’incidenza maggiore sulla vita della gente.

Nel processo penale vige il libero convincimento del magistrato. Il suo giudizio è sovrano, prescinde dall’imponderabilità delle prove e degli indizi, dalle opinioni contrastanti dell’accusa e della difesa. Quel principio consente un’interpretazione dei fatti il più delle volte attendibile e verosimile, ma mai veritiera al punto di essere considerata del tutto aderente alla realtà storica. Il tentativo di far coincidere verità giudiziaria e realtà storica è la causa di molti errori giudiziari. Obiettivo del giudice è far emergere l’effettivo svolgimento dei fatti, affinché tra questo e il giudizio finale vi sia una perfetta coincidenza. In caso di conflitto tra le due verità (storica e processuale) il giudice è tenuto comunque a seguire soltanto quella processuale. Anche se intuisce la verità reale, il magistrato deve tener conto delle risultanze del processo che possono anche portare lontano dall’effettivo svolgimento dei fatti. Di qui la possibilità di cadere in errore. Trasformando un pronunciamento di giustizia in una chiave che apre le porte a un vero e proprio dramma.

Nell’emettere la sentenza, il giudice fonda il suo convincimento su elementi che gli provengono comunque da altri soggetti: i verbali, le sensazioni personali del testimone, i vuoti di memoria, l’interesse inconscio dell’imputato a nascondere uno spicchio, anche infinitesimale, di verità.
Si arriva così alla formulazione di un verdetto che si allontana dalla verità, intesa come ricostruzione asettica dell’evento che ha dato origine al processo. Quando questo divario assume proporzioni macroscopiche e irreversibili, si finisce per commettere un errore giudiziario: un innocente si ritrova in carcere, condannato da una sentenza che lascia in libertà il vero colpevole del reato.

Le cronache riferiscono che l’errore è un’ipotesi che si verifica sempre più frequentemente. Le statistiche confermano che in carcere finisce un gran numero di innocenti. Le assoluzioni hanno toccato punte altissime. Si è tentato di creare una legge che regolasse la responsabilità del giudice che sbaglia. Ma il Parlamento ha approvato norme che prevedono la responsabilità dello Stato-giudice e non del singolo magistrato.
Fortemente voluta da un largo schieramento politico, nata da un referendum che provocò tante lacerazioni nel tessuto sociale del paese, la legge sulla responsabilità del magistrato ha finito per tradire le aspettative di coloro che credevano di poter ottenere una giustizia più sollecita, più corretta, più efficiente.

Fu il caso Tortora a mettere in moto il meccanismo della consultazione popolare. La vicenda umana del popolare presentatore, accusato di essere un camorrista e uno spacciatore di droga e poi scagionato, fu la bandiera che i promotori del referendum usarono per far cadere la barriera che il codice civile poneva alla chiamata in giudizio del magistrato responsabile di gravi errori commessi nella gestione del suo potere.
Otto anni dopo l’entrata in vigore della legge, si rivelano esatte le previsioni di coloro i quali avevano manifestato scetticismo sull’effetto deterrente che le nuove norme avrebbero potuto avere sulla corporazione dei giudici.
Il legislatore ha voluto salvaguardare l’autonomia del giudice, la sua libertà di applicare la legge, la sua indipendenza. Probabilmente c’è riuscito e lo ha fatto in un momento in cui tutti questi valori sono posti in discussione. Ma non ha realizzato quel regime di tutela del danneggiato pari a quella che altri paesi europei hanno introdotto nei loro ordinamenti.

E la gente lo ha capito: la giustizia continua a funzionare male come nel passato; i giudici continuano a sbagliare, senza curarsi troppo dei loro errori. Anche perché sanno che nel peggiore dei casi c’è un assicurazione che paga. Alcuni sbagliano in buona fede, altri meno. Alcuni perché non hanno strumenti adeguati e strutture idonee, altri perché si ritengono baciati dal dogma dell’infallibilità.

Ogni anno il gran numero di assoluzioni ripropone il tema della “giustizia-ingiusta”. La percentuale degli imputati assolti si aggira di media intorno al 40 per cento. Ma perché solo una piccola parte di questi si rivolge allo Stato per essere risarcita?Paura, sfiducia nelle istituzioni, voglia di dimenticare? Difficile rispondere. Ogni storia ha un suo risvolto che non consente interpretazioni generalizzate.
Negli ultimi quindici anni sono state completamente scagionate oltre trecentomila persone. Soltanto tra il ’90 e il ’94, sono state quasi 24 mila e 500 le sentenze definitive pronunciate con la formula più ampia per l’imputato: “non aver commesso il fatto”. Ad esse vanno aggiunti altri 73.326 imputati assolti con una formula altrettanto liberatoria, ma più tecnica: “il fatto non sussiste” o “non costituisce reato”.
Non tutti gli assolti erano innocenti. Molti, forse, erano colpevoli e la giustizia li ha scagionati perché non è riuscita a dimostrarne la colpevolezza. Non tutte le assoluzioni presuppongono errori dei magistrati. Di certo la stragrande maggioranza di queste persone aveva probabilmente diritto a un risarcimento del danno subìto per essere stata ingiustamente sottoposta a un procedimento penale. Ma ha taciuto, si è tirata in disparte, ha preferito chiudere i suoi conti in perdita con la giustizia e mettere una pietra su un’esperienza triste e disarmante.

Luciano Rapotez – una delle più celebri vittime di errori giudiziari – sostiene che dal giorno in cui è nata l’Italia repubblicana, gli innocenti perseguitati dalla giustizia sono stati quattro milioni e mezzo. Non tutti hanno subìto il carcere, ma tutti sono stati coinvolti in vicende che non li riguardavano. Da oltre quarant’anni Rapotez combatte per far valere il proprio diritto a essere risarcito. Fu accusato, innocente, di aver assassinato un orefice, la sua amante e la cameriera. Diventò “il mostro di san Bartolomeo” e scontò tre anni di carcere. Assolto, ha fatto causa allo Stato, ma i tempi della giustizia sembrano eterni: “Aspettano la mia morte – dice – ma non intendo dargliela vinta”.
Non tutti hanno la sua tenacia e la sua forza d’animo: i dati più recenti rilevati nelle corti d’appello e relativi ai procedimenti in corso sono disarmanti per la loro esiguità. Dal 1991 a oggi, le cause promosse contro lo Stato per responsabilità civile del giudice, ingiusta detenzione ed errore giudiziario sono state poco più di tremila. Come dire che solo una persona su cento ha avuto il coraggio di farsi avanti per avere giustizia.Se da una parte la legge sulla responsabilità del giudice ha fallito il suo scopo, se non si è dimostrata uno strumento valido a garanzia del cittadino, dall’altra c’è una qualche resistenza anche nel chiedere l’indennizzo per ingiusta detenzione. L’istituto è stato introdotto dal nuovo processo penale e consente all’imputato che ha subìto un periodo di carcerazione preventiva ingiusta, di ottenere un risarcimento che non può essere superiore a cento milioni di lire.
L’indennizzo prescinde dalla responsabilità del magistrato che ha convalidato il provvedimento restrittivo della libertà. È una sorta di riparazione dell’errore fisiologico, del rischio imprevedibile di ogni processo. Al momento dell’entrata in vigore del nuovo rito penale, rappresentò una novità assoluta della nostra legislazione, che conosceva fino ad allora soltanto l’istituto dell’errore giudiziario.
Quest’ultimo presupponeva invece una sentenza di condanna e una successiva revisione del processo. Il caso più clamoroso è rimasto quello di Salvatore Gallo, condannato all’ergastolo per aver ucciso il fratello che si scoprì, dopo qualche anno, essere vivo e vegeto.

Di certo la giustizia che sbaglia non paga. Non pagava prima del referendum, non ha pagato dopo la legge sulla responsabilità civile dei giudici, non paga ora. È una realtà che Enzo Tortora aveva intuito prima di morire. Per il suo calvario di presunto colpevole nel processo alla Nuova camorra organizzata, aveva citato in giudizio lo Stato per ottenere un risarcimento di cento miliardi. Una richiesta assurda, pensarono in tanti. In realtà, la sua fu solo una provocazione, un modo per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica su un problema reale che tanti anni dopo resta ancora irrisolto.
Proprio Tortora fu una delle prime vittime di errore giudizario provocato dalla testimonianza di alcuni pentiti. Erano ancora gli anni Ottanta e i collaboratori di giustizia non erano riconosciuti come fonte di prova nel processo penale. Dopo le testimonianze dei Buscetta, dei Mutolo, dei Contorno, il Parlamento ha riconosciuto lo status di collaboratore di giustizia e la quasi immunità per tutti i delitti commessi prima di quello che i giudici definiscono “ravvedimento operoso”. La nuova legge è stata interpretata da due sentenze della Suprema Corte, che hanno di fatto scardinato il sistema garantista che proteggeva l’imputato dalle possibili verità di comodo, imponendo al magistrato un controllo diretto e puntuale su ogni affermazione del collaborante. Fino al 1992 la Cassazione aveva sempre sostenuto l’esigenza che ogni affermazione di un pentito dovesse trovare riscontro nei fatti. Tutto ciò comportava un impegno assai gravoso per la pubblica accusa. Trovare riscontri su storie di mafia lunghe decenni e raccontate “a puntate” risultò impossibile. Di qui il nuovo corso della giurisprudenza che ha facilitato il compito dei magistrati, introducendo il principio secondo il quale la concordanza tra due testimonianze parallele equivaleva al riscontro. Un’assurdità bella e buona, che la giurisprudenza riconoscerà cambiando di nuovo il corso della giustizia, quando si accorgerà che i pentiti parlano tra loro, studiano le carte dei processi, hanno avvocati in comune, al dibattimento danno prova di capacità mnemonica fuori dall’ordinario.

Uno degli ultimi casi in cui si è parlato di errore è il processo Pacciani. La pubblica accusa, dopo aver sostenuto con ostinazione e fermezza – e poi ottenuto – la condanna dell’imputato, ha fatto macchina indietro e ne ha chiesto l’assoluzione. Il processo era durato sette mesi e trenta udienze dibattimentali e si era concluso con una condanna all’ergastolo per quattordici dei sedici omicidi commessi dal “mostro di Firenze”. Senza disporre nuove indagini e basandosi solo sulla lettura della sentenza di condanna, la procura generale ha rimesso in discussione il castello probatorio costruito a carico dell’imputato.
A questo punto si è verificato un fatto senza precedenti: nel momento stesso in cui la corte d’assise d’appello stava per decidere, la procura della Repubblica – che aveva sostenuto la colpevolezza di Pacciani – ha disposto e annunciato pubblicamente l’arresto di un presunto complice del principale imputato. Per tutta risposta, la corte ha assolto Pietro Pacciani dando vita a un mostro giuridico a due teste, in cui il nuovo arrestato rischia di diventare complice di un innocente. Un mese dopo la stessa procura ha annunciato l’arresto di un terzo complice, reo confesso. A questo punto si apre uno scenario nuovo e dagli sviluppi imprevedibili. Resta il fatto che all’interno della vicenda si sia insinuato un tipo di errore assolutamente inedito, su cui giuristi e addetti ai lavori disserteranno a lungo.