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Il processo “a distanza” apre la strada agli errori giudiziari

In questi giorni il Parlamento si appresta ad introdurre il processo penale “a distanza”. Sotto la spinta di una legislazione emergenziale provocata dal Coronavirus, in nome dunque della tutela della salute pubblica. Ci si appresta a creare un processo da “remoto”, senza tribunali, senza pubblico e pubblicità, senza aule e oralità.

Il Giudice, il pubblico ministero e l’avvocato saranno distanti fisicamente e solo un flebile “contatto” telematico li unirà. In tutto questo l’attore principale del processo, cioè l’imputato, sarà relegato a figura sbiadita ed evanescente.

La tecnologia “da remoto” impoverisce e semplifica oltremisura la comunicazione e il dibattito processuale. Già la locuzione “da remoto” deve inquietare e insospettire. Il processo penale non è mai stato un processo isolato, lontano, poco frequentato, quanto piuttosto pubblico, diffuso, parlato e ascoltato.

Pubblico, inteso come possibile partecipazione del popolo nell’aula e come pubblicità, tramite i mezzi di informazione, di ciò che avviene nell’aula. Come scriveva Cesare Beccaria: “…pubblici siano i giudizi e pubbliche le prove del reato, perché l’opinione, che è forse il solo cemento della società, imponga un freno alla forza ed alle passioni…”.

La pubblicità deve garantire la trasparenza, la presenza del pubblico funge da deterrente, anche per i comportamenti “inconsueti ed autoritari del giudicante”.

Il processo “a distanza” elimina inoltre l’oralità e le garanzie processuali.

Tutto questo lascia presagire il rischio concreto di un aumento degli errori giudiziari, una piaga del nostro sistema, spesso taciuta e silenziata. Il rischio di condannare un innocente è palpabile se ci affidiamo esclusivamente agli algoritmi, ai computer e all’impoverimento e semplificazione della comunicazione telematica.

Per essere concreti, racconterò due casi di errori giudiziari avvenuti per l’uso della tecnologia telematica senza la necessaria ulteriore verifica umana.

“Processato e condannato per un errore del computer”, titolava tempo fa il quotidiano “La Repubblica”: «Nessuno sapeva che era detenuto a Regina Coeli ed è stato processato a sua insaputa. A determinare il caso di mala-giustizia è stato un errore del computer del Dipartimento amministrazione penitenziaria, che ha comunicato al tribunale la scarcerazione di M.B., quando in realtà si trovava in cella. I giudici della V sezione del tribunale di Roma lo condannano a 2 anni e 10 mesi di reclusione, senza garantirgli di difendersi».

E ancora, sempre dal quotidiano “La Repubblica”: «Un giovane in Comunità terapeutica è finito in cella perché il computer non aveva calcolato i mesi trascorsi agli arresti domiciliari e lui aveva completato la pena».

In entrambi i casi gli errori giudiziari sono determinati dall’uso dei mezzi telematici senza l’ulteriore verifica dell’uomo. A riprova del fatto che smaterializzare il processo è un rischio incalcolabile. Una via senza ritorno per la tutela delle garanzie di tutti noi.

Non vogliamo certo arrivare al processo di Kafka: “Il processo è entrato in uno stato in cui non è più possibile portare nessun aiuto, passa sotto la competenza di corti inaccessibili, ove l’imputato non è più raggiungibile neppure dall’avvocato”.

 

Avv. Riccardo Radi*

(*Foro di Roma)

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