Venti giorni agli arresti domiciliari per riciclaggio e camorra: era innocente

Venti giorni agli arresti domiciliari da innocente. Vittima di un’ingiusta detenzione con l’accusa di aver riciclato soldi della camorra per realizzare in Africa un progetto mai concluso. Avrà 4 mila euro come risarcimento. Ma gli ultimi quattro anni della sua vita sono stati segnati da un’esperienza che non dimenticherà mai.

È il 3 dicembre 2013. Claudio Tomada, ingegnere udinese, 58 anni, viene arrestato dai carabinieri di Udine in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare che porta la firma del Gip del Tribunale di Napoli. È accusato di tentato riciclaggio e associazione per delinquere di stampo mafioso: gli investigatori sono convinti che Tomada avrebbe utilizzato denaro riconducibile al clan camorristico La Torre – Boccolato per un’operazione finanziaria in Costa d’Avorio legata alla costruzione di un’industria per la panificazione. In particolare, l’ingegnere friulano avrebbe redatto materialmente il progetto del complesso industriale.

 

Tomada finisce agli arresti domiciliari. Vi resterà 20 giorni: il 23 dicembre il suo legale, l’avvocato Roberto Scolz, riesce a ottenere dal Tribunale della Libertà di Napoli l’annullamento della misura cautelare. Secondo i giudici, l’ipotesi dell’accusa contiene “diversi elementi di criticità” e che questo non consenta di ravvisare la sussitenza di gravi indizi di colpevolezza necessari per disporre gli arresti domiciliari. Qualche esempio? Non è provata la provenienza illecita dei profitti, che l’accusa sembra dare per scontata solo perché nella vicenda sono coinvolti soggetti che si ritengono camorristi. I giudici del Tribunale della Libertà sostengono che l’inchiesta non ha fatto emergere “nulla di concreto”: per giunta, il progetto al centro delle indagini non è andato in porto, “siamo in presenza di un progetto che ha visto impegnato l’indagato in vista della sua possibile realizzazione, ma che è rimasto tale, in quanto privo di un significativo principio di esecuzione e che si è arenato quasi sul nascere, non si sa neppure per quale motivo”.

 

Prima che Claudio Tomada si riconosciuto innocente, dovrà passare più di un anno. È il Pm stesso, il 9 settembre 2014, a presentare richiesta di archiviazione: la provenienza illecita dei profitti (che sarebbero serviti alla realizzazione dei progetto) non è stata provata. Il Gip l’accoglierà sei mesi dopo, il 12 febbraio 2015, scagionando l’ingegnere friulano da ogni accusa a suo carico.

L’avvocato Scolz presenta istanza di riparazione per ingiusta detenzione: vuole che il suo assistito ottenga un risarcimento per i giorni passati agli arresti domiciliari da innocente. E il 26 luglio 2017, i giudici della Corte d’Appello di Napoli – presieduto da Giovanna Grasso – gli dà ragione: viene disposto infatti un indennizzo di quattromila euro, che tiene conto anche del “grave nocumento derivato dalla diffusione dell’ingiusto arresto attraverso la stampa, considerati anche lo stato di assoluta incensuratezza, con conseguente discredito sociale e danno all’immagine”.

 

Il risarcimento avrebbe potuto essere anche più cospicuo, ma sulla Corte d’Appello hanno pesato alcuni elementi a sfavore di Tomada: “Una condotta di ambigua frequentazione, non sorretta da idonea giustificazione” con affiliati del clan, a cui lo stesso ingegnere si sarebbe rivolto “adoperando un linguaggio allusivo e criptico”, denotando in questo modo consapevolezza “della fama criminale di coloro con cui aveva in corso un progetto di collaborazione”.

Oggi Claudio Tomada vive e lavora in Friuli. Si dice grato ai giudici per la rapidità con cui hanno riconosciuto l’errore giudiziario. Ma manifesta perplessità “per le carenze prodotte dal legislatore e da chi avrebbe l’obbligo etico-morale di vigilare, a monte e a valle, affinché si ponga fine al malsano e devastante susseguirsi di errori giudiziari, calcolati in oltre 25 mila negli ultimi 25 anni”.

Secondo Tomada bisognerebbe “intervenire urgentemente e in anticipo, a vantaggio dello Stato e a tutela del cittadino», per evitare “una gratuita e pesante ingiustizia, come quella in cui sono precipitato io stesso, capace di cancellare irrimediabilmente trent’anni di credenziali professionali”.

 

(fonti: Il Piccolo, 20 febbraio 2014; Messaggero Veneto, 27 luglio 2017)

 

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