Risarcimento record: 4.5 milioni di euro

E’ il ‘fustigatore’ della giustizia ingiusta. La sua passione sono gli errori giudiziari e i processi-lumaca: li aggredisce col fioretto e con la sciabola, il primo per incidere alle fondamenta le impalcature accusatorie o infilzare l’estenuante durata dei processi, la seconda per passare all’offensiva dei risarcimenti-danni per la riparazione dei torti subiti dalla giustizia.
Parliamo dell’avvocato spezzino Claudio Defilippi, che è anche consigliere comunale a Levanto. Dieci giorni fa è uscito il libro ‘Toghe che sbagliano’ che ha scritto a quattro mani con la collega Debora Bosi. In esso ha ricostruito otto clamorosi errori giudiziari, a cominciare dall’odissea di Enzo Tortora. Mentre le vendite viaggiano a ritmo incalzate, arriva, ieri, la notizia che Defilippi è riuscito ad ottenere il più alto risarcimento-danni per errore giudiziario finora riconosciuto nella storia della giustizia italiana: 4 milioni e mezzo di euro. Il prezzo stabilito a riparazione di un’ingiusta detenzione che si è protratta per 15 anni. Quella patita da un pescatore di Taranto, Domenico Morrone, che, dopo dopo un’estenuante battaglia giustizia, è riuscito a dimostrare la sua estraneità all’accusa di aver ucciso due minorenni.
L’imputazione, alla distanza – grazie alla revisione del processo dopo la sentenza passata in giudicato – si è rivelata infondata. E, a coronamento dell’impegno degli avvocati Claudio Defilippi e Mario Riccio, il pescatore è stato restituito alla libertà e all’onore. In parallelo è scattata l’offensiva per il risarcimento danni da ingiusta detenzione. Nei giorni scorsi il risultato: 4 milioni e mezzo di euro. Riconosciuti per via ’transattiva’, dopo il braccio di ferro avviato da Morrone, dal Ministero dell’Economia (300mila euro all’anno di ingiusta detenzione). Ma non è finita. Morrone ha dato ora mandato allo studio Defilippi & associati di procedere contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri per la responsabilità dei magistrati che si sono occupati del suo caso, chiedendo un risarcimento pari a 8 milioni di euro.

(fonte: Corrado Ricci, www.lanazione.it, 4 dicembre 2008)

 

 

Assolto dopo 15 anni
Taranto – Chiederà allo Stato un risarcimento dei danni tra gli 8 e i 12 milioni di euro per aver scontato 15 anni in conseguenza di una condanna definitiva a 21 anni di reclusione per l’omicidio, compiuto a Taranto, di due studenti minorenni. Questa la richiesta che Domenico Morrone, il quarantaduenne tarantino assolto venerdì dalla Corte di appello di Lecce al termine del processo di revisione, presenterà per l’errore giudiziario che ha subito per aver trascorso undici anni e mezzo in carcere e gli altri in semilibertà. Morrone dovrebbe tornare in libertà in questi giorni. Lo annuncia il suo legale, avv.Claudio Defilippi, del Foro di Milano, che ha difeso Morrone assieme alla collega Maria Riccio del foro di Genova.
«Chiederemo il risarcimento – spiega Defilippi – per l’errore giudiziario compiuto durante i cinque gradi di giudizio che Morrone ha subito, compresi i due rinvii della Cassazione: in base a quelle che sono le mie conoscenze si tratta del caso di errore giudiziario più eclatante della storia giudiziaria italiana. Il nostro assistito quando fu arrestato era un pescatore incensurato e non aveva mai preso neppure una multa per eccesso di velocità. Aveva, inoltre, una fidanzata, che lo ha lasciato, e ha una mamma anziana che vive in una situazione di povertà».
Morrone, tarantino di 42 anni, era stato condannato per aver ucciso il pomeriggio del 30 gennaio 1991 due ragazzi davanti alla scuola media “Maria Grazia Deledda”, alla periferia di Taranto. Le due vittime – Antonio Sebastio, di 15 anni, e Giovanni Battista, di 17 – furono sorprese da un sicario che sparò ripetutamente contro di loro con una pistola calibro 22. L’omicidio avvenne tra la gente con modalità efferate.
In base agli indizi raccolti da polizia e carabinieri, coordinati dal pm del tribunale di Taranto Vincenzo Petrocelli, Morrone, poche ore dopo i fatti, fu sottoposto a fermo per duplice omicidio, detenzione e porto illegale di arma da fuoco e munizioni e spari in luogo pubblico. Ad incastrarlo – secondo l’accusa – c’erano le testimonianze di alcune persone. Sia al momento del fermo sia durante i processi a suo carico, l’imputato ha sempre detto di essere estraneo ai fatti, ma nessuno gli ha creduto.
Secondo la ricostruzione accusatoria, movente del duplice omicidio sarebbe stata una vendetta per un litigio con Giovanni Battista avvenuto per futili motivi una ventina di giorni prima del delitto. Dopo il litigio Morrone era stato ferito e, poco tempo più tardi – secondo una testimonianza poi ritrattata – avrebbe minacciato di morte i due ritenendoli legati alla criminalità e responsabili del suo ferimento.
«Tutto falso», ribatte il difensore dell’imputato. «Noi – afferma – abbiamo provato che il duplice omicidio fu compiuto per vendicare lo scippo che una donna aveva subito la mattina del delitto e che, secondo quanto è stato detto nel processo, era stato compiuto dai due ragazzini poi uccisi». All’assoluzione dell’imputato hanno contribuito con le loro dichiarazioni il collaboratore di giustizia Saverio Martinese e l’ex pentito Alessandro Ble, che – secondo quanto riferisce l’avv. Defilippi – hanno detto nel corso del processo di revisione di essere certi che Morrone fosse estraneo ai fatti e hanno riferito di aver dedotto, proprio in base alle notizie riferite loro dal presunto autore del delitto, del quale è stato riferito il nome, che a compiere l’omicidio fu il figlio della donna che aveva subito lo scippo, proprio per vendicare l’ affronto subito.
«Questo processo è stato caratterizzato da lacune immense – denuncia l’avv. Defilippi – e i giudici di merito non hanno mai tenuto conto dell’alibi che Morrone aveva, che era stato confermato sin dal primo annullamento con rinvio della sentenza da parte della Cassazione. L’imputato ha sempre detto che al momento del delitto si trovava nell’appartamento dei coniugi Masone, che vivevano sullo stesso pianerottolo dell’abitazione della sua famiglia. I Masone hanno confermato l’alibi del giovane durante il processo ma sono stati condannati per falsa testimonianza, così come è stata condannata la mamma del giovane che aveva riferito la stessa circostanza: «Queste persone – conclude il legale – sono cadute nella fossa dell’inferno solo per aver detto la verità».

(Fonte: Corriere della Sera, 23 aprile 2006)

 

Taranto, condannato a 21 anni per l’omicidio di due ragazzi. Già scontata tre quarti della pena. A uccidere era stato un altro
Innocente per 16 anni in carcere
Processo riaperto grazie a 2 pentiti. Il tribunale gli ha dato ragione due giorni fa ma è tornato libero solo ieri. “Chiederò 10 milioni”
“Prima di entrare in udienza mi facevo il segno della croce e mi ripetevo: “Questa volta capiranno che sono innocente”. L’ho fatto per 16 anni. Ma ogni volta, anche se le prove erano a mio favore, i giudici del tribunale di Taranto le ignoravano. Non si schiodavano dalla loro teoria a senso unico: ero io l’assassino, il colpevole. Alla fine continuavo a farmi il segno della croce, ma non credevo più di riuscire a dimostrare la mia innocenza”.
Oggi Domenico Morrone ha 42 anni. Un terzo della sua vita l’ha spesa dietro le sbarre. Ingiustamente. Lo avevano arrestato nel 1991 e condannato a 21 anni, perché, secondo l’accusa, aveva ucciso a colpi di pistola due ragazzini davanti a una scuola media di Taranto. Non era vero. E la verità è saltata fuori solo oggi. Grazie alle confessioni di due pentiti e ad una revisione del processo, la corte d’appello di Lecce l’ha assolto. “Formula piena”, gioisce lui. “Per non aver commesso il fatto” specifica l’avvocato Maria Riccio, del foro di Genova.
Per il carcere ingiusto, ora, chiederà allo Stato un risarcimento tra gli 8 e i 12 milioni. Il tribunale gli ha dato ragione due giorni fa, ma Morrone è tornato libero solo ieri. “Venerdì, per l’ultima volta, sono stato contento di dormire in carcere con i miei amici, detenuti e poliziotti – dice Morrone – uomini che hanno capito la mia storia e mi hanno aiutato ad avere coraggio. Volevo festeggiare con loro. Avremmo voluto brindare a champagne, ma non è possibile portare alcolici in cella, così abbiamo brindato con il pensiero e con gli sguardi”.
Secondo i giudici Morrone aveva ucciso per vendetta. Dopo un litigio con i ragazzi, l’allora ventisettenne fu ferito alle gambe. E per vendicarsi del litigio e del ferimento li aveva ammazzati. “La sua unica colpa – dice l’avvocato Riccio – è stata di essere un uomo onesto: sgridava spesso i ragazzini, perché rubavano i motorini. Era un po’ come la voce della loro coscienza e per questo loro lo odiavano e in ospedale i parenti delle vittime indicarono subito lui come il colpevole”. Ma a uccidere era stato un altro.
“Da ragazzo non ho mai preso nemmeno una multa. Il mio sogno era aprire una pescheria”. Oggi fa l’operatore ecologico (tre anni fa ha ottenuto la semilibertà) a 600 euro al mese e si prende cura della madre ammalata. “La verità era sotto gli occhi di tutti – ripete – ma nessuno la voleva vedere. Oggi sono libero e sono felice. Però non è una felicità piena. Continuo a chiedermi perché nessuno mi ha mai creduto? Era tanto difficile ammettere di aver sbagliato? Mi hanno umiliato. Perché?”.
Per due volte la Cassazione ha rinviato il processo alla corte di appello, perché Morrone aveva un alibi credibile, ma i giudici pugliesi hanno confermato la condanna. “Siamo riusciti a ottenere la revisione del processo perché abbiamo provato che l’assassino era un altro – spiegano l’avvocato Maria Riccio e il collega Claudio Defilippi – Due pentiti hanno rivelato che ad uccidere i ragazzi era stato un ragazzo del clan, Antonio Boccuni, per vendicare lo scippo che la madre aveva subito la mattina del delitto”. Boccuni è già in carcere: condannato all’ergastolo per altri delitti.

(Fonte: la Repubblica, 23 aprile 2006, Cristina Zagaria)

 

Taranto – I testimoni non contano. Il colpevole è lui, Domenico Morrone, pescatore che non ha mai neppure preso una multa. Deve essere per forza lui ad avere ammazzato all’uscita da scuola due ragazzini. Anzi no, non è lui, ma la giustizia ci mette quindici anni ad ammetterlo e cinque minuti per spiegarglielo. Gli chiede persino se può passare ancora una notte in carcere, per questioni burocratiche che non c’è tempo di sbrigare. Ma lui, il pescatore al di sotto di ogni sospetto, non sente neppure più quello che dice il presidente della Corte d’appello: «Sono innocente, mamma. Mi hanno detto che sono innocente», piange al telefono abbracciato ai suoi avvocati. Cinque minuti per leggere una sentenza che cancella sette processi, ma che non ridà a Domenico Morrone i suoi 27 anni del 1991. Che non gli ridà il lavoro e la fidanzata. Che lo riconsegna a quella mamma sola, anziana e povera.
La giustizia ci mette quindici anni a capire di aver tenuto in galera un innocente. Finora, fino alla deposizione di due pentiti che scagionano Morrone, pm e giudici non avevano avuto dubbi. Alle 13.50 del 30 gennaio 1991 era stato il pescatore incensurato a scaricare tutti i colpi di una calibro 22 sui fratelli Antonio e Giovanni Battista Sebastio, appena usciti dalla scuola media Grazia Deledda di Taranto. Mezz’ora dopo il sospettato perfetto era stato già arrestato mentre si trovava in casa. La pistola non ce l’aveva. Pazienza. La mamma giurava che stava riparando un acquario a casa dei vicini che confermeranno l’alibi in tribunale. Niente da fare, tutti verranno condannati per falsa testimonianza. Il «mostro» aveva il movente, una discussione in strada con il più grande dei due fratelli.
Ventuno anni di carcere, la sentenza mai cambiata. Ventuno anni che stavano anche per finire. Che erano stati scontati per più dei due terzi, tanto che Morrone godeva ormai della semilibertà e poteva uscire di giorno per andare a lavorare. Il pescatore aveva anche tentato due volte di ottenere la revisione del processo, ma non c’erano prove nuove. Anche i suoi testimoni avevano visto la loro condanna diventare definitiva. Finché la «parola» di due pentiti è stata creduta. Dal primo ottobre 2004 a oggi sono bastate poche udienze per riscrivere la storia di quell’omicidio. La lite in strada non c’entrava nulla, i due ragazzini avevano scippato una donna e il fratello della vittima, il giorno dopo, si era vendicato. Ma Morrone è riuscito a riaprire il caso solo grazie a un detenuto che gli ha consigliato di contattare un’associazione di tutela dei diritti dell’uomo. Il suo caso è stato affidato all’avvocato milanese Claudio Defilippi e alla collega Maria Riccio, del foro di Genova, che hanno iniziato la battaglia che sembrava impossibile.

(Fonte: il Giornale, 26 aprile 2006)

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