Bruno Del Moro: i miei 14 anni da incubo, condannato pur essendo innocente

Il primo giorno di libertà ha una sapore speciale, per chi è stato 14 anni sotto la spada di Damocle di un’accusa gravissima, una rapina, e una condanna per un fatto non commesso. Ieri Bruno Del Moro, l’autista Atl assolto dalla corte di appello di Roma assieme a Vittorio Raffaele Gallo, Franco Fuschini, Giorgio Mariotti, per il colpo alle poste della capitale del 1996, ha accettato di parlare di questi anni difficili. E lo ha fatto proprio al circolo Atl di via delle Galere, tra i compagni di lavoro che lo festeggiavano.

 

Qual è il primo pensiero dopo l’assoluzione?  «La fine di un incubo, ma anche che non sono il solo cui sono capitate cose simili».

 

Come è iniziata la storia, che cosa ha provato quando la polizia è venuta a cercarla?  «All’inizio, era il 1997, ci risi sopra, pensavo ad un errore: ma come io che andavo a fare le rapine a Roma dopo essere sceso dal bus. E anche alla polizia mi dissero di stare tranquillo, che c’era certo un errore. Poi, un giorno, scesi dal bus a fine turno e c’era la polizia in borghese che mi aspettava. “Lei è in arresto” mi dissero, e in quel momento mi crollò il mondo addosso».

 

E poi cosa successe?  «Mi accompagnarono a casa e trovai mia moglie Lisanna. Le dissi che erano due rappresentanti venuti per il negozio e che dovevamo parlare, e che quindi doveva portare da qualche parte nostra figlia Alessia, che allora aveva solo 9 anni. Quando la bambina fu in un’altra stanza, le dissi “Mi arrestano”. E vidi che il mondo era crollato addosso anche a lei».

 

E per lei ci fu il carcere.  «Sì, mi portarono alle Sughere. Io avevo una paura tremenda: nei film quando mostravano le carceri si vedevano le cose più tremende e io, incensurato, non sapevo cosa mi aspettasse. Invece, le cose sono andate meglio del previsto».

 

In che senso?  «Nel senso che gli altri detenuti non mi hanno dato problemi, e gli agenti della Penitenziaria sono sempre stati umani».

Parlava di quello che era successo con gli altri detenuti, qualcuno le chiedeva della rapina?  «No, in carcere ognuno si fa i fatti suoi e non chiede agli altri perché è detenuto».

 

Poi ci fu la prima liberazione.  «Sì, dopo un mese tornai a casa, ma poi si presentò la polizia postale di Roma e mi arrestarono nuovamente. Feci altri 5 mesi alle Sughere e un mese a Rebibbia, a Roma».

 

E la famiglia come ha reagito?  «Mia moglie mi è stata sempre accanto, e ha cercato di mantenere tranquilla nostra figlia, che però qualche problema alla fine lo ha accusato. Alessia non parlava mai di quello che mi era successo, salvo una volta: “Non ti faranno niente, perchè non hai fatto niente di male”».

 

Poi ci sono stati i 13 mesi di arresti domiciliari. Come avete fatto per i soldi?  «Male, perché ero stato sospeso dal lavoro. Ma la famiglia e i colleghi ci sono rimasti accanto e ci hanno aiutato, anche dal punto di vista economico: gli autisti Atl, che voglio ringraziare per tutto quello che hanno fatto per me e la mia famiglia, hanno anche raccolto dei soldi per permetterci di tirare avanti. E devo ringraziare anche l’azienda, che appena ha potuto, mi ha fatto tornare al lavoro».

 

Arriviamo al 2004, al processo di Roma: cosa ha provato al momento della sentenza di condanna?  «Mi sembrava im possibile: come, io che sono innocente dovevo fare quattro anni di carcere? Perché non mi avevano assolto, in che mondo ero?».

 

E in attesa dell’appello?  «Andavo a lavorare per non pensare, perché pensavo cose davvero brutte».

Con che spirito è andato all’appello?  «Fiducia zero, a quel punto non sapevo proprio come sarebbe andata a finire».  

 

Invece il giudice ha letto il suo nome e la parola assolto. Cosa è successo allora?  «Mi sono messo a piangere, non riuscivo a fare altro. E un altro imputato mi ha detto “Non devi piangere, devi ridere”, ma…».  

 

Ma cosa?  «Ero incredulo, non capivo se fosse vero o no: così ho chiamato un avvocato e gli ho chiesto: “Ma è vero che ci hanno assolti tutti?” e quando lui mi ha detto di sì ho cominciato a rendermi conto che era vero».

 

Cosa è stata la prima cosa che ha fatto da uomo libero?  «Ho dormito fino alle quattro del pomeriggio, per la prima volta senza incubi».

 

E adesso come si sente?  «Meglio, anche se non mi sento ancora del tutto tranquillo. La paura è restata, dovrò imparare a conviverci. Ma almeno sono pulito da quell’accusa infamante, e questo è l’importante. Ma aggiungo una cosa: è toccato a me dimostrare di essere innocente, non a loro che fossi colpevole. Questo ci deve insegnare che nessuno è al riparo da certe situazioni».

 

Adesso chiederà un risarcimento?  «Se ne occuperà l’avvocato Mario Maggiolo, ma in questo momento non mi interessa più di tanto: l’importante è essere uscito da questa situazione».  

 

Programmi a breve?  «Forse un viaggio, magari un last minute, e poi vorrei finalmente pensare alla pensione: sono 38 anni che lavoro, ho cominciato a 14 anni e da allora non ho mai smesso».

 

(Fonte: Il Tirreno, 14 gennaio 2011)

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