Gerardo De Sapio, brigadiere antimafia, arrestato ingiustamente per camorra

Gerardo De Sapio

Gerardo De Sapio

L’8 marzo 2008 è un giorno che Gerardo De Sapio non dimenticherà mai. E’ l’inizio di un incubo per il brigadiere dei Carabinieri di Avellino, trent’anni in prima linea contro la criminalità organizzata, che viene arrestato dai suoi colleghi su disposizione della Dda di Napoli per favoreggiamento al clan Genovese.

 

«Incastrato», come si scrisse all’epoca, dalle indagini coordinate dalla pm Maria Antonietta Troncone. Per lui, diciannove lunghi giorni di carcere, quello militare di Santa Maria Capua Vetere, dove il sottufficiale conoscerà anche Bruno Contrada. Poi arriva il primo verdetto su quella misura cautelare. Quello dei magistrati del Riesame di Napoli, che annullano la misura cautelare firmata dal Gip Daniela Fallarino. L’onore di una carriera vissuta in zone calde della Campania dal sottufficiale, come Castello di Cisterna, sarà restituito comunque solo nell’aprile del 2009. Quando il Gip del Tribunale di Napoli Nicola Miraglia del Giudice lo manderà assolto per «non aver commesso il fatto». Così come aveva chiesto non solo il suo difensore, il penalista Gaetano Aufiero, ma anche lo stesso pm impegnato nel procedimento, il magistrato antimafia Carmine Esposito. E’ la fine di un incubo per il brigadiere. Quello scatenato a causa di un’intercettazione in carcere. Quel nome, Gerardo. Quelle informazioni che sarebbero passate ai vertici del clan Genovese. Tutto falso, dirà il Gup Miraglia del Giudice: “il fatto non sussiste”.

 

Dopo l’assoluzione, De Sapio è andato in pensione: “Ho lasciato un lavoro che ho svolto per 40 anni con dedizione. Come avrei potuto tornare a fare il carabiniere? Da allora sono pensionato, marito e padre. Ma per molti devo ancora difendermi da quelle accuse ingiuste. C’è ancora chi abbassa lo sguardo quando mi incontra per strada. Per questa storia ho avuto un risarcimento esiguo dallo Stato, appena 7 mila euro per ingiusta detenzione e danni morali. Ma non mi fermo e ho chiesto 500 mila euro per danni esistenziali. Sono stato danneggiato da una giustizia cieca e abbandonato dalle istituzioni”.

 

(fonti: Attilio Ronga, Corriere dell’Irpinia, 5 maggio 2013; ilgiornalelocale.it, 25 febbraio 2017 )

 

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