“Perché la riforma della giustizia è ferma in Senato”

Beniamino Migliucci, presidente dell'Unione delle camere penali italiane

Errori giudiziari, ingiusta detenzione. Responsabilità civile dei magistrati e separazione delle carriere. Lunghezza dei processi, indagini preliminari e tempi della prescrizione. È davvero un’intervista a tutto campo quella che Beniamino Migliucci, presidente dell’Unione delle camere penali italiane dal 2014, ha concesso al giornalista Maurizio Tortorella del settimanale “Panorama”.

L’occasione è il progetto di riforma del Codice di procedura penale, che da troppo tempo ormai si è arenato al Senato. Migliucci ragiona sui suoi punti salienti e su altri aspetti che lo pongono su un fonte diametralmente opposto a quello dell’Associazione nazionale magistrati, in particolare  del presidente Piercamillo Davigo.

 

Indagini preliminari. Da mesi l’Anm ha alzato uno sbarramento di fuoco contro la riforma del Codice di procedura penale, che è bloccata al Senato. In quella riforma, all’articolo 18, si prevede che alla fine delle indagini preliminari il pubblico ministero abbia un periodo massimo di tre mesi per decidere se chiedere il rinvio a giudizio oppure l’archiviazione. “È un provvedimento che rende ragionevole la lunghezza del processo penale” dice Migliucci “e invece l’Anm è contrarissima”.

Perché? “I magistrati si lamentano che i processi sono interminabili” risponde Migliucci “e che troppo spesso finiscono con la prescrizione, ma poi rifiutano una riforma logica ed efficace. Viene quindi un doppio sospetto: o che ai pm piaccia la possibilità di tenere sotto scacco l’indagato per un tempo insindacabile, o, a voler seguire la stessa logica del dottor Davigo, che non gradiscano un invito a lavorare”.

 

I tempi del processo. Il presidente dell’Anm, Piercamillo Davigo, ha dichiarato la sua perplessità davanti alle lungaggini della procedura e si è chiesto: che bisogno c’è di ripetere in udienza gli interrogatori già svolti davanti ai carabinieri? Ma qui il presidente dell’Unione delle camere penali alza il tono della sua critica: “Parte della magistratura da alcuni mesi sta ingaggiando una dura battaglia affermando che, per ridurre i tempi del processo, basterebbe affidarsi agli interrogatori effettuati nelle caserme in assenza del difensore al di fuori di ogni contradditorio che, pertanto, non dovrebbero avere alcun valore probatorio. Il punto è un altro, e cioè che la maggior parte dei processi si prescrive invece nella fase delle indagini preliminari dove l’unico responsabile delle lungaggini è il pm. Per questo è inutile allungare i termini della prescrizione dilatando i tempi del processo, senza considerare che dal 60 al 70% del totale dei processi si prescrive prima della richiesta di rinvio a giudizio”.

 

Custodia cautelare. L’uso eccessivo, ai limiti dell’abuso, che si fa della misura cautelare in carcere è un altro nodo fondamentale della questione giustizia: Migliucci ricorda anche gli eccessi della custodia cautelare in carcere, costati 640 milioni di euro dal 1992 a oggi tra risarcimenti per errori giudiziari e ingiuste detenzioni. “In questo Paese” dice “non piace l’idea che la custodia cautelare sia l’estrema ratio. Ma il 35% di chi è in cella, oggi, è in attesa di giudizio, e non è così in nessun Paese europeo. Non siamo mai usciti dall’ombra del vecchio Codice, che parlava di libertà provvisoria: come nel film di Manlio Scarpelli, del 1971, siamo tutti sottoposti all’alea di un provvedimento restrittivo”.

 

Carceri. “Stiamo tornando a condizioni insostenibili” commenta Migliucci. Anche perché nelle nostre prigioni non si lavora, e proprio per questo la recidiva è altissima, al 65-70%. “È una situazione che lede anche il principio di uguaglianza, conclude Migliucci: “Se sono recluso nel carcere modello di Bollate, vicino a Milano, studio e lavoro; ma altrove non è così. E questo non è giusto”.


CSM. La riforma del Consiglio superiore della magistratura era al centro della più ampia “grande riforma della giustizia” in 12 punti, presentata dal governo Renzi alla fine del giugno 2014. In quella riforma, si prevedeva che nel Csm si decidessero promozioni “più per merito e non grazie all’appartenenza” e soprattutto si voleva introdurre una severa divisione tra sezioni disciplinari e sezioni che si occupano di promozioni: lo slogan era “chi giudica non nomina, chi nomina non giudica“. Mille giorni dopo, nulla è ancora accaduto di tutto questo: lo stesso Csm, forse per evitare il pur minimo rischio d’interferenza da parte della politica, lo scorso settembre ha varato un nuovo regolamento che di fatto non cambia nulla. Quanto alla riforma governativa, a sua volta finita nel nulla, Migliucci critica la stessa composizione della commissione che se n’era occupata: “Era sbilanciata, su 27 componenti, 12 erano magistrati”.

 

(fonte: Maurizio Tortorella, Panorama, 15 novembre 2016)