
È il 10 marzo 2010. Un operaio romeno di 51 anni, Copil Vasile, incensurato, finisce in manette a Roma. Lo accusano di rapina e tentata violenza, in particolare di un colpo avvenuto il 20 ottobre 2009. C’è un particolare: l’uomo è innocente, non ha nulla a che fare con quei reati. È vittima di un errore giudiziario, uno dei mille casi di ingiusta detenzione che ogni anno si verificano nel nostro Paese da oltre 25 anni a questa parte.
A far scattare l’indagine era stata la denuncia di una signora che aveva raccontato alle forze dell’ordine di essere stata derubata del portafoglio in pieno centro storico della capitale, nei pressi di Campo de’ Fiori. «Sono stata aggredita da due uomini di origine romena. Hanno minacciato anche di stuprarmi se non avessi svuotato la borsetta». Li aveva riconosciuti poco tempo dopo, in fotografia. Aveva indicato senza esitazioni il volto di Copil Vasile e quello di un altro uomo, tra le foto segnaletiche che le erano state mostrate. La faccia del romeno si trovava nello schedario delle forze dell’ordine perché era entrato clandestinamente in Italia, anche se non aveva mai commesso crimini.
Copil Vasile grida fin da subito la sua innocenza, ma non c’è niente da fare. Dovrà restare in carcere per 321 giorni filati, fino al 25 gennaio 2011: la data coincide con la conclusione del processo di primo grado, durante il quale, però, la vittima del reato non lo riconosce come il bandito che l’ha rapinata. Del resto, la sua descrizione non corrispondeva affatto con le testimonianze emerse durante il dibattimento. La faccia del vero aggressore era infatti difficile da dimenticare, soprattutto per un particolare: aveva due enormi occhi azzurri, che risaltavano ancora di più perché, nel giorno della rapina, indossava un maglione blu. Copil Vasile, però, non aveva gli occhi azzurri, e nel suo armadio non ricordava nemmeno di avere un maglione blu.
Risultato: il processo di primo grado si conclude con un’assoluzione piena.
Una volta assolto e immediatamente scarcerato, assistito dall’avvocato Andrea Manasse, il romeno presenta un’istanza di riparazione per ingiusta detenzione. La sua non è soltanto una questione economica (anche se durante i mesi trascorsi lontano da casa aveva lasciato una moglie e tre figli, uno dei quali minorenne): voleva che fosse riparato un torto.
Nel marzo 2012 la Corte di Appello di Roma accoglie la sua richiesta, quantificando la somma in 64 mila euro. L’ordinanza è stata inoltrata al ministero dell’Economia e delle Finanze per la liquidazione. Ma il primo maggio 2012, quando ancora era in attesa di ricevere la somma, la tragedia: mentre sta lavorando su un’impalcatura, precipita e muore sul colpo. Proprio nel giorno della festa dei lavoratori, davanti agli occhi del figlio, muratore anche lui, assunto nello stesso cantiere del padre a Rocca di Cambio (L’Aquila). Toccherà dunque ai suoi familiari ritirare il risarcimento.
(fonte: Il Messaggero)
Ultimo aggiornamento: 6 novembre 2012







