Il cattivo detective che incastrava gli innocenti

Louis Scarcella ha su un braccio un tatuaggio che ritrae Caino che uccide Abele. Sull’altro si è fatto tatuare il distintivo da poliziotto. Come se non gli bastasse quello vero. Scarcella, 61 anni e volto da sbirro, quel mestiere lo ha fatto sul serio, fino al 1999, quando è andato in pensione dal New York Police Department. Un agente con i suoi metodi. Un detective capace di mandare in galera decine di persone in un’epoca dove c’era una media di sei delitti al giorno. Uno di quelli che ogni distretto vorrebbe avere. Perché porta risultati. Solo che Louis Scarcella aveva ed ha un problema. Serio.

 

Il procuratore distrettuale di Brooklyn, Charles Hynes, ha incaricato i suoi uomini di rivedere almeno 50 casi di omicidio ai quali ha lavorato l’agente. Le prove e le testimonianze sarebbero state manipolate o forzate dall’investigatore. A far riaprire i fascicoli un episodio. Il rilascio di David Ranta, un tizio che si è fatto 23 anni di galera con l’accusa di aver ucciso un rabbino a Brooklyn nel 1990. Lo hanno liberato in quanto, dopo aver riesaminato il fascicolo, si sono accorti di magagne commesse da Scarcella e dal suo partner. La storia ha fatto da breccia, da lì sono usciti altri elementi che avrebbero dovuto essere analizzati con maggior attenzione vent’anni prima.

 

Scarcella ha usato in almeno sei casi lo stesso testimone d’accusa: una prostituta tossicodipendente, una donna sempre alla ricerca di denaro e crack. Sempre l’agente ha permesso ad alcuni detenuti di uscire dalla prigione per avere incontri sessuali o incontrare dei familiari. Favori ricambiati fornendo informazioni contro gli accusati. Sono poi emerse denunce per violenze su un fermato e presunte pressioni sul testimone che ha incastrato Ranta, bloccato dopo l’uccisione del rabbino. Conclusione irreparabile di una rapina finita male.

 

Per molti esperti di questioni legali, l’iniziativa della magistratura oltre ad essere tardiva rischia di lanciare la teoria della “mela marcia”, rappresentata da Louis Scarcella. Invece, sarebbero stati molti gli agenti, negli anni 80-90, ad utilizzare questi metodi disinvolti. Il primo obiettivo era “ripulire” le strade dalla feccia criminale, poi venivano le prove. E i poliziotti hanno lavorato con il totale appoggio della Procura. Visto l’alto numero di casi controversi viene da chiedersi come mai nessun magistrato si sia mai accorto di nulla. Possibile che abbiano accettato i racconti del medesimo testimone in sei vicende diverse? La storia dell’agente rivelata dal “New York Times” si somma a quelle denunciate dal sito giornalistico “Pro Publica” che è andata a riguardare le vicende giudiziarie dell’ultimo decennio a New York ed ha trovato molte situazioni dove è stata la procura a macchiarsi di errori.

 

A rendere più delicata la posizione di Scarcella c’è anche il dopo. Quando si è tolto la divisa, non è andato a pescare ma è rimasto nell’ambiente come investigatore privato. Scelta abbastanza frequente per chi è abituato a scarpinare ed ha bisogno di integrare la pensione. Scarcella, secondo una ricostruzione, è stato ingaggiato da una scuola per indagare su una professoressa. E c’è ricaduto costruendo, con i suoi metodi, la “colpevolezza”. Adesso che è sotto il fuoco, Louis non arretra. Nega di aver compiuto illegalità, ricorda come fossero duri quegli anni e giura che “fare il poliziotto è più lavoro del mondo. Se mi chiamano torno in un minuto”.

 

(fonte: Guido Olimpio, Corriere della sera, 14 maggio 2013)