Lavorare al nostro ultimo libro è stato un continuo imbattersi in fatti, elementi e circostanze da far cadere le braccia. L’elenco sarebbe lungo e chi avesse l’interesse (e il coraggio) di approfondire – consapevole del rischio di un travaso di bile pressoché certo – può sempre fare riferimento a quel testo. Qui vale la pena di affrontare un aspetto in particolare che riguarda l’indennizzo, perché consente anche di dare una notizia: l’incredibile mole di documenti sempre diversi necessari per presentare un’istanza di riparazione per ingiusta detenzione.
Non è automatico ottenere un indennizzo per ingiusta detenzione
Per chi non avesse dimestichezza col tema, è necessario un preambolo. Supponiamo di essere stati arrestati e messi in una cella (o ai domiciliari), quindi processati (una o più volte) e infine assolti con sentenza definitiva. Il nostro sistema giudiziario offre la possibilità di richiedere un indennizzo per il periodo trascorso agli arresti da innocente. Attenzione, però: non è un automatismo. Bisogna prima inoltrare una domanda (tecnicamente un’istanza di riparazione per ingiusta detenzione) e raccomandarsi alla propria divinità di riferimento affinché un numero indefinito di variabili – burocrazia, contraddizioni, paradossi – si incolonni nella maniera e nei tempi giusti.
Città che vai, documento che ti chiedono
Ci stiamo avvicinando al punto. Alla domanda va allegata una cospicua mole di documentazione (un dato che non stupirà chi è abituato a confrontarsi con la burocrazia, giudiziaria o meno) la quale paradossalmente è in buona parte già in possesso dell’autorità. Ci viene chiesto per esempio quando siamo stati arrestati o di fornire copia dell’ordinanza di custodia cautelare e del primo interrogatorio di garanzia, della sentenza di assoluzione o del decreto di archiviazione. E avanti così, certificato dopo certificato.
Dice: di che stupirsi? È la giustizia italiana, bellezza. Vero, ma non lo sarebbe fino in fondo se non ci fosse il colpo di teatro: l’elenco di documenti da produrre varia a seconda della città presso la cui Corte d’appello si presenta l’istanza di riparazione per ingiusta detenzione. Roma è diversa da Reggio Calabria, che si differenzia da Genova, che a sua volta ha richieste diverse rispetto a Cagliari e Palermo, dove vigono altre regole rispetto a Napoli eccetera eccetera (per la lista e gli esempi nel dettaglio si rimanda al libro di cui all’inizio).
A tutto ciò vanno aggiunti tempi (le Corti d’appello si prendono fino a 18 mesi solo per valutare la singola istanza), costi (i fortunati che otterranno l’indennizzo dovranno pagare l’imposta di registro), pazienza (per vedersi la somma accordata prima e liquidata poi possono passare anche più di cinque anni).
Roma e l’indennizzo per ingiusta detenzione
Di fronte a questa odissea nello strazio cui viene costretto il cittadino riconosciuto innocente in cerca di un minimo ristoro all’arresto indebito cui è stato costretto, qualche anima pia ha pensato bene di provare a fare qualcosa. La Camera penale di Roma e la Corte d’appello della capitale hanno da poco condiviso un protocollo che mira a uniformare documentazione, procedura e altri dettagli indispensabili per presentare l’istanza di riparazione per ingiusta detenzione. Rendendo auspicabilmente le cose più snelle e rapide per i cittadini, i loro avvocati e i magistrati). È un piccolo, lodevole primo passo. Ora non rimane che il resto d’Italia.
Valentino Maimone





