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Quante scuse per non chiedere scusa

Qualche giorno fa, in Inghilterra, un uomo di nome Andrew Malkinson è stato definitivamente scagionato da un’accusa che lo ha costretto a subire 17 anni e 4 mesi di carcere per un reato plurimo mai commesso (tentato omicidio con stupro e lesioni gravissime). La polizia ha scelto di chiedere scusa.

Quella stessa polizia che lo aveva arrestato nonostante avesse caratteristiche ben diverse da quelle indicate dalla vittima dell’aggressione (lui era più alto, con più peluria sul corpo e tatuaggi sulle braccia); gli stessi investigatori che avevano minimizzato davanti alle forti perplessità della donna a riconoscerlo durante un confronto all’americana («Non si preoccupi, è la normale tensione di chi si trova nelle sue condizioni…»); gli stessi inquirenti che avevano ignorato come potenziale sospettato un pregiudicato per reati sessuali, salvo poi scoprire due decenni dopo che era proprio quello il vero colpevole; insomma, quella stessa polizia – di fronte all’annullamento della condanna per un evidente scambio di persona – ha pensato bene di porre delle scuse formali al signor Malkinson. Più volte, per iscritto (a firma del vicecapo della Polizia prima e del capo poi) e anche davanti alle telecamere, per finire con un incontro di persona.

 

«Siamo sinceramente dispiaciuti nei confronti del Sig. Malkinson per il fatto che sia vittima di un così grave errore giudiziario (…) Sebbene speriamo che questo esito gli dia un senso di giustizia a lungo atteso, riconosciamo che non gli restituirà gli anni che ha perso (…) È stato un colossale e spaventoso errore giudiziario…»

 

Ora: non conta tanto che Andrew Malkinson abbia (comprensibilmente) respinto le scuse, giudicandole «false, tardive e dirette solo a salvarsi la faccia». Conta piuttosto soffermarsi sulle scuse in quanto tali. Perché quel che è accaduto in Gran Bretagna significa che dunque si può fare: un investigatore che sbaglia, un mastino delle indagini che si rende conto di aver rovinato per sempre la vita a un innocente, può fermarsi un attimo e dire «Mi dispiace, ho sbagliato, sono consapevole di aver fatto condannare un individuo senza colpa».

E poco importa che lo faccia a fatica, fra contorcimenti o balbuzie come accadeva al Fonzie di “Happy Days” quando si trattava di ammettere un errore o un dispiacere. È già tanto, tantissimo che gli inquirenti abbiano scelto di farlo: con il cuore o per mero calcolo, l’importante è stato farlo. Perché è un gesto di rispetto anzitutto nei confronti di chi ha sofferto un trauma che niente e nessuno potrà mai riparare. E poi nei confronti di chi quel reato lo ha subìto sulla propria pelle. Infine verso i cittadini, che devono poter contare su un’autorità giudiziaria di cui fidarsi fino in fondo perché capace di ammettere i propri errori.

Molto più che un risarcimento

Avete mai provato a chiedere a dieci, cento, mille vittime di ingiusta detenzione o errore giudiziario qui in Italia se hanno mai ricevuto le scuse da chi li ha indebitamente fatti arrestare, arrestati o condannati? Noi sì. E ci siamo sempre e soltanto sentiti rispondere di no, anche se quelle poche parole – «Le devo chiedere scusa», «Mi dispiace», «Ho sbagliato» – sarebbero valse per questi uomini e donne devastati dall’ingiustizia molto più di qualunque risarcimento in denaro.

Inventare scuse per non chiedere scusa

E invece da noi è più facile che un pm che sbaglia si avvicini all’imputata un attimo dopo la sua assoluzione, le dia un colpetto sulla spalla e le dica: «Su con la vita, anche da esperienze come questa si impara qualcosa» (sembra incredibile, ma è successo sul serio). Poi certo, esistono magistrati capaci chiedere scusa in pubblico per errori marchiani e intollerabili dei propri colleghi (è accaduto anche questo). Come ci sono anche pm capaci di scusarsi in aula (per esempio quella volta a Catanzaro).

Ma sono una rarità assoluta. E chi sbaglia in prima persona di solito neanche farfuglia come Fonzie: invece di chiedere scusa, piuttosto inventa scuse. Scarica le responsabilità sulla macchina della giustizia che non funziona o sulla mole di lavoro che è sempre sovrumana e ingestibile per definizione; se la prende – a seconda dei ruoli in commedia – con la polizia giudiziaria che si è fatta prendere la mano, con il pm che si è fidato di quel testimone o con il giudice giudicante che poteva leggere meglio le carte dell’accusa; oppure ancora con quel consulente tecnico superficiale o con la difesa che non è stata pronta, chiara ed efficace abbastanza. Oppure allarga le braccia, fa una faccia di circostanza è ti dice che gli errori giudiziari sono fisiologici. La scusa più grossa.

 

Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone

Ultimo aggiornamento: 10 giugno 2026

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