Tre anni in cella innocente, otto anni per essere assolta e risarcita

Storia di una donna bulgara costretta al carcere senza colpa dalle invenzioni di un’altra donna che si voleva vendicare dopo un litigio.

SCHEDA

Vittima Anonima

Santa Maria Capua Vetere (Caserta)
  • Anno
  • 2021
  • Reato
  • Associazione per delinquere
  • Giorni di detenzione
  • 1095 (carcere)
  • Errore
  • False accuse
  • Risarcimento
  • 240 mila euro

È stata in carcere pur essendo innocente per quasi tre anni. Accusata di reati gravissimi, ma mai commessi. Alla fine la sua non colpevolezza è stata riconosciuta. Ed è riuscita a ottenere un risarcimento per ingiusta detenzione, seppure a conclusione di un lungo iter burocratico. È la storia di una donna bulgara innocente, che oggi ha trent’anni e vive in un piccolo centro della campagna di Aversa.

Quando era poco più che una ragazza, all’età di 23 anni, la donna fu arrestata dai carabinieri nella zona di Mondragone insieme con altre quattro persone (suoi connazionali più un cittadino albanese) perché coinvolta in un’inchiesta giudiziaria i cui reati ipotizzati erano molto pesanti: associazione per delinquere, riduzione in schiavitù, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona. Le indagini riguardavano una tratta di donne provenienti dall’est Europa da avviare alla prostituzione in Campania e in Calabria. Era il 2013.

A tre anni dall’arresto, nel 2016, il processo davanti alla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere si concluse con due condanne (a 12 e 8 anni) e tre assoluzioni, tra cui appunto quella della donna. Durante il dibattimento si era potuto appurare che le accuse nei confronti della bulgara erano state inventate da un’altra donna che si era voluta vendicare dopo un litigio.

Non appena la sentenza diventò irrevocabile, i legali della bulgara innocente presentarono un’istanza di riparazione per ingiusta detenzione: chiesero per la loro assistita un giusto indennizzo per i quasi tre anni trascorsi in carcere senza colpa. E la Corte d’Appello di Napoli accolse la domanda, disponendo la liquidazione di una somma consistente (quasi 240 mila euro).

Il Procuratore generale della Corte d’Appello, però, si era opposto al verdetto. Contestando alcuni passaggi che avevano portato i giudici a riconoscere alla donna la riparazione per ingiusta detenzione. In particolare, Il Pg lamentava il fatto che la Corte distrettuale avesse valorizzato unicamente la diversità di valutazione delle dichiarazioni accusatorie a carico della donna, tra fase cautelare e giudizio di cognizione, concludendo in modo incontrovertibile «per l’assenza di dolo o colpa grave nel suo comportamento: di contro la donna si limitò, in sede di interrogatorio, a protestarsi innocente» e ad asserire che era finita nell’indagine a causa di un’accusatrice: quest’ultima avrebbe avuto motivi di astio nei suoi confronti per un pregresso litigio, senza però addurre elementi concreti a sostegno della tesi».

Circostanze che però, nel febbraio 2021, la quarta sezione della Cassazione ha ritenuto non fondate, respingendo il ricorso e confermando la legittimità del risarcimento alla donna bulgara.

Secondo i giudici della Suprema Corte, infatti, «nel caso di specie non emergono – né il Procuratore generale ricorrente ne dà conto – profili di silenzio o di mendacio, o di reticenza da parte della giovane bulgara: non il silenzio, non essendosi la stessa avvalsa della facoltà di non rispondere; non il mendacio, non essendo state indicate circostanze fattuali incompatibili con le sue dichiarazioni; non la reticenza».

Non solo. I giudici della Cassazione aggiungono che «giammai può assimilarsi il comportamento tenuto dalla donna in sede di interrogatorio a quello di chi si avvalga di un alibi falso: quest’ultima nozione è riferibile all’alibi contenente una falsa rappresentazione della realtà, nel quale è insita una carica di consapevolezza dell’illegittima condotta che si mira a nascondere alla giustizia».

 

(fonte: Il Mattino)

Ultimo aggiornamento: 7 marzo 2021

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