Chi sbaglia non paga

La cattura del presunto assassino di Yara Gambirasio è una bella notizia: ci sarà finalmente giustizia per la povera ragazzina di Brembate. Ed è doveroso elogiare gli inquirenti, subissati di critiche in questi tre anni e mezzo. Ma questo indubbio successo della magistratura non basta a togliermi dalla testa un tarlo: che cosa succede quando invece un magistrato sbaglia e magari danneggia qualcuno? La domanda in realtà è questa: perché mai i circa 10 mila magistrati italiani sono i soli, tra tutte le categorie e tutta la popolazione italiana, a non pagare per i loro errori? Perché soltanto loro sono impuniti e di fatto impunibili? Se un medico sbaglia e provoca danni, può essere citato in Tribunale, così come un avvocato, un giornalista, un funzionario, un professore, un elettricista o un idraulico. Tutti, tranne i magistrati. Ma perché?

 

La settimana scorsa, alla Camera, è passato un emedamento che introduce la responsabilità civile dei magistrati, in caso di «dolo o colpa grave». È stato una specie di voto-trappola, perché insieme alla destra hanno votato (in segreto) una pattuglia di piddini antirenziani e (alla luce del sole) i cittadini pentastellati, questi ultimi giusto per fare un po’ di casino e far emergere le contraddizioni interne al Partito democratico (vabbè, e la chiamano nuova politica).

Le toghe si sono subito arrabbiate: «Misure punitive», «Conseguenze devastanti», «È il ritorno della P2», «Vogliono vendicarsi per le indagini anticorruzione», e via protestando. Non c’era bisogno di allarmarsi tanto, però: Renzi ha subito detto «correggeremo la norma al Senato» (ehi, Matteo, ma non lo volevi abolire, il Senato?). E il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha tranquillizzato giudici e pm: «Non ci sarà mai una responsabilità diretta». Amen.
Così, ancora una volta, quei 20 milioni 770 mila 334 italiani che nel 1987 si espressero, con l’80 per cento dei voti, a favore del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, ancora una volta, dicevamo, scopriranno che «avevamo scherzato». Sarebbe divertente rifarlo oggi, quel referendum, visto che negli ultimi vent’anni la fiducia degli italiani nella magistratura è precipitata dal 70 al 30 per cento. Altro che Beppe Grillo: sarebbe questa la consultazione elettorale che prenderebbe il 100 per cento dei voti! Be’, diciamo il 100 per cento meno 10 mila…
Qualche tempo fa è uscito da Bompiani uno strepitoso libro-inchiesta di Stefano Livadiotti. Si intitola L’Ultracasta. Parla della «madre di tutte le caste», i cui membri «hanno solo 2,1 probabilità su 100 di incappare in una sanzione, sempre comunque all’acqua di rose: nell’arco di otto anni quelli che hanno perso la poltrona sono stati lo 0,065 per cento».

 

Il libro di Livadiotti è un eccezionale campionario di mostri giuridici e storie personali ai confini dell’incredibile. Come quella del giudice di Corte d’Appello che, sorpreso nel bagno di un cinema di periferia mentre pagava un ragazzino di 14 anni per fare sesso, non solo se la cavò grazie a un’amnistia, ma poi venne addirittura promosso dal Csm, con tante scuse e un aumento di stipendio che, «grazie all’istituto del galleggiamento», si estese anche a centinaia di suoi colleghi, così che, commenta Livadiotti, l’uomo«si trasformò d’un colpo da reprobo a benefattore di un’intera categoria».

Un caso limite, dite? Sarà. Ma di casi limite sono piene le cronache, fin dai tempi di Enzo Tortora e dei magistrati che, pur avendo sbagliato, fecero carriera.
Del resto, solo per parlare di giustizia civile, l’Italia è al 158° posto su 181 nazioni quanto a efficienza del sistema. Pensate che nel 2008 si è finalmente conclusa una causa civile che si trascinava dal 1816. Sì, avete letto bene: 1816, quando Napoleone era da poco sbarcato a Sant’Elena. Quindi, se ci sono voluti 192 anni per risolvere quel contenzioso, poi non lamentatevi se per la lite col vicino dovete aspettare “solo” cinque o dieci anni. Il tema non è né di destra né di sinistra. Negli Anni 70 il garantismo era di sinistra, poi è diventato appannaggio della destra. Aspettiamo da due decenni la riforma della giustizia, ma non si è mai potuta fare perché si intrecciava con i casi personali di Berlusconi.
Ora è cominciata un’altra epoca, non ci sono più alibi. Chiunque abbia avuto a che fare con le aule di un tribunale (in veste di indagato, imputato, testimone o parte lesa) ha toccato con mano l’aura di potere assoluto che circonda le toghe, la loro facoltà di cambiare la vita delle persone, l’insindacabilità dei loro comportamenti, il dominio che esercitano e sanno di esercitare. L’indipendenza della magistratura non è in discussione. Ma anche i magistrati sbagliano, e accanto ai giudici-eroi ammazzati per tutelare tutti noi ci sono personaggi inadeguati, svogliati, distratti, impreparati. Bene, e così torno alla domanda iniziale: perché, se sbagliano, non pagano?

 

Umberto Brindani

 

(fonte: Oggi, 18 giugno 2014)