La Cassazione smonta “Why not”, l’inchiesta che fece cadere Prodi

Si è concluso in una bolla di sapone, davanti al giudizio della Cassazione, il filone principale del processo `Why not´, istruito nel 2006 dall’allora pm Luigi de Magistris in forza alla Procura di Catanzaro. Una indagine sul malaffare nella gestione dei fondi pubblici nella Regione Calabria nella quale finirono illecitamente intercettazioni di parlamentari e che ebbe un peso determinante nel portare alla caduta il governo di Romano Prodi, dimessosi il 24 gennaio 2008. La Suprema Corte, infatti, dopo una camera di consiglio di circa cinque ore, ha smontato molte delle accuse di abuso d’ufficio contestate a funzionari e ai vertici dell’amministrazione regionale.

 

Azzerata del tutto la condanna a un anno di reclusione, per abuso d’ufficio, a carico dell’ex governatore del centrosinistra Agazio Loiero – che ha accolto con soddisfazione il totale proscioglimento – e del suo braccio destro Nicola Durante, difeso quest’ultimo dal professore Franco Coppi. «Per non aver commesso il fatto»: con questa formula i supremi giudici hanno del tutto scagionato entrambe, come era già stato deciso in primo grado, prima del ribaltamento del giudizio nel verdetto di appello emesso il 27 gennaio 2012 dalla Corte di Catanzaro. Di fatto esce assolto (come accadde in primo grado) anche l’ex governatore di centrodestra Giuseppe Chiaravalloti, dichiarato prescritto in secondo grado quando l’accusa chiese per lui un anno e sei mesi. Stasera la Cassazione ha decretato che era «inammissibile» l’appello del pm contro la sua assoluzione. Assolto perché il fatto non sussiste anche Francesco Saladino. 

 

Non ha inoltre retto, al vaglio della Sesta sezione penale del `Palazzaccio´ presieduta da Nicola Milo, il teorema dell’associazione a delinquere ipotizzata solo nei confronti dell’ex presidente della Compagnia delle Opere della Calabria, Antonio Saladino (condannato a 3 anni e dieci mesi in appello), e di Giuseppe Lillo (condannato a 2 anni), con l’apporto estemporaneo dei funzionari pubblici. Nei loro confronti, per il capo di imputazione relativo all’associazione, è stato pronunciato l’annullamento con rinvio e sono inoltre stati dichiarati estinti per prescrizione numerosi capi di imputazione. Annullata senza rinvio «per non aver commesso il fatto» anche una parte (quella relativa al capo 6) della condanna a un anno e nove mesi per Antonio La Chinia che dovrà essere rideterminata anche il relazione ad altri capi (3, 7 e 10). Nel resto il suo ricorso è stato rigettato. Conferma della condanna a un anno di reclusione per Rinaldo Scopelliti, al quale però la Cassazione ha riconosciuto il diritto ad escludere dalla sentenza di primo grado la contestazione di peculato.

 

In sostanza, non ha assolutamente resistito al vaglio della Suprema Corte il primo filone di `Why not´ approdato in sede di legittimità. Complessivamente l’inchiesta coinvolse più di un centinaio di persone. Vide uno scontro feroce tra la Procura generale di Catanzaro e la Procura di Salerno che si `contro-sequestravano´ i fascicoli. Il Csm provvide a sostituire tutta la catena gerarchica. A De Magistris, che finì sotto processo disciplinare e che lasciò la toga per buttarsi in politica – ora è sindaco di Napoli – l’inchiesta venne avocata. Ora il sindaco con il suo consulente informatico Gioacchino Genchi sono sotto processo a Roma per l’acquisizione abusiva dei tabulati di Prodi, dell’ex Guardasigilli Clemente Mastella – che fece venire meno l’appoggio dell’Udeur al `professore´- di Francesco Rutelli e di molti altri `onorevoli´. Contraria all’azzeramento della costola portante di `Why not´ era stata la requisitoria nella quale il sostituto procuratore generale della Cassazione Maria Giuseppina Fogaroni aveva chiesto la sostanziale conferma del verdetto di secondo grado. 

 

(fonte: La Stampa, 2 ottobre 2013)