Mirko Eros Felice Turco, 10 anni di carcere per le chiacchiere di sette pentiti

“E’ stato un incubo dal quale esco solo adesso. La mia vita ricomincia oggi, a 30 anni”. Furono queste le prime parole pronunciate davanti ai cronisti da Felice Mirko Eros Turco, rientrato a Gela da uomo libero, dopo 10 anni di ingiusta detenzione nel carcere di Bologna con l’accusa di avere compiuto due delitti nel 1998: quello del commerciante Orazio Sciascio, 66 anni, avvenuto durante un tentativo di rapina nella sua salumeria di “Locu Baruni”, e quello di Fortunato Belladonna, 16 anni, il cui cadavere fu bruciato in un canneto del lungomare di Gela.

 

Turco, accusato da alcuni pentiti di mafia, era stato condannato all’ergastolo. Ma fu scagionato da altri sette collaboratori di giustizia, che avevano confermato la sua estraneità. “Non ho finito mai di sperare”, disse ai giornalisti, “non mi sono lasciato prendere dalla depressione, mai pensato al suicidio, c’era in me la forza dell’innocenza e la convinzione che prima o poi la verità sarebbe venuta a galla”. A chi gli chiedeva cosa aveva provato per tutti quegli anni passati da presunto colpevole, rispose “rabbia, delusione per una giustizia ingiusta, ma mai desiderio di vendetta”.

 

Tutto comincia nel 1998, quando Mirko ha ancora diciassette anni e gli manca poco per prendere la patente. L’11  agosto di quell’anno viene ritrovato il corpo di un sedicenne: si chiama Fortunato Belladonna ma a dispetto del nome viene ritrovato carbonizzato in un canneto nei pressi del lungomare di Gela. È quasi irriconoscibile. È stato torturato, interrogato e poi strangolato con un cordino. Gli è stato infilato un panno di daino in bocca. Arso vivo.

Cosa nostra lo ha ucciso perché ritiene che il ragazzo sia coinvolto nell’omicidio di Orazio Sciascio. Qualcuno mormora che doveva essere solo una punizione. Il giovane, avvicinatosi alla malavita, era un ”cane ca nun canusci patruni”, come dicono in Sicilia.

Di questa morte, la Corte d’assise di Caltanissetta incolpa proprio Rosario Trubia, che confessa altri fatti di sangue e inizia a collaborare con la giustizia insieme ad altri affiliati del clan Emmanuello e i fratelli Emanuele, Sergio e Angelo Celona. E viene incolpato anche il nostro Mirko, lo hanno detto i pentiti. È stato lui: condanna all’ergastolo, i magistrati non hanno dubbi.

 

Neppure il tempo di vedersi sul groppone un omicidio che non ha commesso, che a Turco ne viene appioppato un altro. Quello di Orazio Sciascio. Sciascio è un ex operaio di mulino in pensione, ha 67 anni e gestisce una salumeria insieme alla moglie Rosaria Caci. Alcuni banditi entrano nel negozio, gli chiedono il pizzo, lui reagisce e lo fanno fuori a revolverate. Ha due figli carabinieri. Di pagare non ne vuole sapere. Ma loro, i mafiosi, non vogliono fargli sconti.

La firma di questo omicidio è come una macchina usata che nessuno vuole. Passa di mano in mano, di nome in nome. Ma il cerino finisce in mano a Mirko Turco. A incastrarlo è proprio la vedova di Sciascio, Rosaria Caci, che in un faccia a faccia non ha il minimo dubbio. Lo indica. È stato Mirko.

 

Ma il seguito della storia, delle indagini, lo stuolo di falsi pentiti, contropentimenti, finalmente porta alla verità nel 2012. Con l’omicidio del salumiere, Turco non c’entra nulla. La corte di appello di Catania revoca la condanna di Turco e lo assolve per l’omicidio di Sciascio. I responsabili individuati sono Salvatore Rinella e Salvatore Collura.

Resta però la condanna per Belladonna, il ragazzo arso vivo nel canneto. Tutto è messo nero su bianco soltanto nel dicembre del 2011. Due collaboratori di giustizia, Carmelo Massimo Billizzi di 41 anni e Gianluca Gammino di 37 anni, affiliati al clan Madonia di Gela, vengono condannati rispettivamente a 19 e a 18 anni di reclusione. Si sono autoaccusati dell’omicidio del 16enne Fortunato Belladonna: hanno confessato di averlo ammazzato loro il 14 luglio del 1998.

 

Mirko si è già fatto dieci anni di carcere per due omicidi che non ha mai commesso. Ha ottenuto la revisione del processo e la libertà dalla Cassazione nel 2008. Ma l’ultima parola, la parola definitiva che insieme alla libertà gli restituisce anche la sua dignità di uomo arriva solo ieri, dopo molte altre complicazioni. La procura generale di Messina ha insistito: ha chiesto il rigetto della revisione del processo ai danni dell’ex ragazzino invecchiato in carcere per le chiacchiere di sette pentiti. Ma la corte di Appello di Messina ha respinto la richiesta della procura generale e accoglie l’istanza di revisione.

 

Ieri Mirko Turco è stato assolto con formula piena per non avere commesso il fatto. La condanna all’ergastolo è stata revocata. Lo aveva detto dal primo minuto in galera: «Io sono innocente». Ma qualcuno ha creduto a tante bugie. Chissà se c’è qualcuno disposto a pentirsene.

 

 

(fonte: La Sicilia, 5 novembre 2008; Francesco Lo Dico, Il Garantista, 9 marzo 2015)

 

 

 

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