Angelo Cirri, quasi quattro anni in carcere per quattro rapine mai commesse

Tre anni e quattro mesi in carcere per quattro rapine mai commesse. Anni che Angelo Cirri, assolto da ogni accusa in un processo di revisione, avrebbe potuto vivere da uomo libero, anche perché la prova della sua estraneità saltò fuori già due mesi dopo l’arresto. Ma il suo caso si trasformò in una odissea giudiziaria incredibile.

 

Data d’inizio il 9 aprile del 2004. Quella notte le forze dell’ordine fecero irruzione a casa di Cirri – all’epoca trentatreenne, disoccupato e incensurato – convinti di aver inchiodato l’autore di 13 rapine nella zona di Grottaferrata. Colpi da poco, tutti terminati, però, con il pestaggio delle vittime. L’uomo, dopo un risveglio drammatico, fu ammanettato davanti ai figli e portato in caserma ancora in pigiama.

A incastrare Cirri c’era il racconto di una delle presunte vittime. Un dettaglio però non tornava: il rapinatore, stando alla testimone, una donna, parlava campano e Cirri era romano. Ma gli investigatori dissero che si trattava di un particolare insignificante, perché l’accento si poteva mascherare.

 

Cirri fu messo nei guai da una coincidenza. L’accusatrice ricordava che il rapinatore, prima di derubarla, aveva spento una sigaretta della stessa marca (“Sax”) che fumava Cirri. Così scattò il fermo. Ma due mesi dopo quella drammatica nottata i risultati del Dna sul mozzicone furono clamorosi: il codice genetico sulla sigaretta non era compatibile con quello dell’uomo in carcere. Quella sigaretta l’aveva fumata qualcun altro. Ma Cirri, nonostante un elemento così robusto, fu comunque rinviato a giudizio con l’accusa di aver compiuto quattro delle tredici rapine della serie.

 

La condanna, 13 anni di reclusione, viene pronunciata dopo un processo di una sola udienza. È la fine del 2005. Cirri in carcere continua a dirsi innocente, creduto solo dal suo legale, l’avvocato Marco Cinquegrana. Per lui sono mesi drammatici. La compagna partorisce il quinto figlio. E il povero Angelo vive la paternità attraverso le lettere della compagna. Il 6 novembre del 2006 la Corte d’Appello riduce la pena a otto anni disponendo la scarcerazione di Cirri per un vizio di forma. Paradossi della giustizia.

 

Ma nel novembre del 2007 la sentenza diventa definitiva e Cirri si costituisce, tornando dentro, “perché dice sono uno che rispetta la legge”. L’uomo resta in cella. Poi, ecco il 3 ottobre del 2008. Quel giorno viene arrestato Antonio Di Pasquale, accusato (ma poi prosciolto) di aver ucciso una guardia giurata per rapina. Gli viene fatto il test del Dna e si arriva alla verità: Di Pasquale è il vero colpevole delle rapine attribuite a Cirri. Il quale, il 3 novembre del 2008, dopo essere stato in cella tre anni e quattro mesi, torna libero.

 

Dopo il proscioglimento per sentenza, un altro passo decisivo per la completa riabilitazione: la Corte di Appello di Perugia riconosce ad Angelo Cirri un risarcimento di 400 mila euro per l’ingiusta detenzione subita.

 

(fonte: Giulio De Santis, Corriere della Sera, 7 gennaio 2014)

 

 

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