Salvatore Gallo, quel morto non è morto

Salvatore GalloE’ la sera del 7 ottobre 1954. Dai carabinieri di Avola, un piccolo centro agricolo in provincia di Siracusa, si presenta una donna che vuole denunciare la scomparsa del marito. L’uomo è uscito di casa alle quattro e mezza di mattina del giorno precedente per andare a lavorare nei campi e non è più ritornato. Lo scomparso si chiama Paolo Gallo.
Le ricerche partono dal risultato di un sopralluogo. Vicino alla masseria dove Paolo lavorava – nella campagna di Contrada Cappellani – gli inquirenti rinvengono tracce di sangue, anche su un berretto che si scopre appartenere a Gallo. Si pensa subito a un’aggressione, perché la donna racconta agli inquirenti che pochi giorni prima suo marito ha litigato con il fratello Salvatore. I due non vanno d’accordo: tutto il paese è a conoscenza dei loro continui screzi. Per il giorno dopo, poi, è prevista l’udienza di una causa che vede di fronte proprio i due fratelli, in contrasto tra loro per interessi legati al lavoro.

 

La perquisizione in casa di Salvatore Gallo consente agli investigatori di fare un passo in apparenza decisivo per le indagini. All’interno, vengono rilevate macchie di sangue su un paio di pantaloni e su una camicia del figlio diciassettenne di Salvatore, Sebastiano. Padre e figlio vengono arrestati il 25 novembre 1954. Una serie di accertamenti scientifici – effettuati dall’Istituto di medicina legale dell’Università di Catania – stabilisce che tutte le tracce di sangue appartengono al gruppo dello scomparso, ma soprattutto che sono state provocate dalla perdita di oltre due litri e mezzo di liquido ematico. Una quantità considerata tale da divenire “prova scientifica” della morte di Paolo Gallo. Sulla base di questi riscontri, Salvatore Gallo e il figlio, nonostante si proclamino innocenti, vengono rinchiusi in carcere con l’accusa di omicidio aggravato e occultamento di cadavere.

 

Il processo si apre dinanzi alla Corte di Assise di Siracusa il 21 dicembre 1956. In aula i difensori dei Gallo producono testimonianze a sorpresa: due mediatori di cavalli che affermano di aver visto il “morto”, pochi giorni prima, partecipare a una fiera in un paese vicino. I giudici non credono ai due testi, anzi li incriminano e li condannano ad alcuni mesi di reclusione per falsa testimonianza. Per Salvatore Gallo il primo grado si conclude con una condanna all’ergastolo; al figlio Sebastiano la corte infligge 14 anni di reclusione per occultamento di cadavere. In appello, il 21 marzo 1958 a Catania, la difesa riesce soltanto a ottenere l’assoluzione di Sebastiano Gallo per insufficienza di prove. Il giovane, rinchiuso ormai nel carcere di Siracusa da 3 anni, un mese e 10 giorni, non sfugge però alla pena di 1 anno e 4 mesi per occultamento di cadavere. Nei confronti di Salvatore Gallo, invece, i giudici di secondo grado non mutano orientamento: l’ergastolo è confermato. L’immediato ricorso in Cassazione viene respinto.

 

Sono le indagini di un giornalista della Sicilia di Catania, Enzo Asciolla, a rappresentare l’elemento nuovo di una vicenda altrimenti destinata a chiudersi con una clamorosa ingiustizia. In una scuola di campagna vicino Ispica, a cinquanta chilometri da dove si presumeva fosse accaduto il fratricidio, Asciolla trova un indizio che risulterà prezioso per le sue indagini: la maestra di un doposcuola di campagna gli mostra un quaderno di esercizi scritti da un contadino vagabondo, che qualche settimana prima aveva frequentato la scuola e poi non si era fatto più vedere. La calligrafia è identica a quella di un contratto di locazione sottoscritto molti anni prima da Paolo Gallo. La famiglia dello scomparso decide di mettere a disposizione 150 mila lire a chiunque sia in grado di fornire notizie utili per risolvere la vicenda.
La pista individuata dal giornalista diventa ancora più attendibile con un’altra scoperta importante. Qualcuno ha appena firmato un verbale di testimonianza per un incidente stradale avvenuto a Ispica, poco distante da Avola. La grafia è identica a quella del contadino scomparso che, analfabeta, sa soltanto scrivere il suo nome. Ancora: c’è un altro testimone che dice di aver visto Paolo Gallo la sera precedente consumare tranquillamente una granita in un bar. Il cerchio si stringe.

 

Il 7 ottobre 1961, Paolo Gallo viene rintracciato mentre dorme in una casa alla periferia di Ispica. Si viene a sapere che tra i due fratelli non c’è un rancore particolare, nonostante quella sera del 7 ottobre avessero avuto una lite violenta. Paolo, temendo di uscire condannato dal processo che l’8 ottobre lo avrebbe dovuto vedere di fronte a Salvatore, aveva pensato di fuggire senza tener conto delle conseguenze che il suo gesto avrebbe provocato.

 

Salvatore Gallo, intanto, ha già scontato sette anni di reclusione nel carcere di Ventotene. In cella è stato colpito da una grave forma di artrite che lo ha costretto sulla sedia a rotelle. Tre giorni dopo il ritrovamento del fratello, viene messo in libertà provvisoria, ma non in libertà condizionale (concessa agli ergastolani che abbiano scontato almeno 28 anni). A Salvatore non può essere accordata neanche la grazia, in quanto provvedimento previsto per i colpevoli e non per gli innocenti.
Paolo viene processato per calunnia, avendo indotto la giustizia a condannare un innocente; ma viene assolto per insufficienza di prove, perché i giudici gli riconoscono di essersi limitato a scomparire dalla circolazione.

 

Sulla spinta emotiva di una vicenda del tutto nuova per la storia giudiziaria italiana, il Parlamento ha nel frattempo provveduto a modificare il codice di procedura penale, ammettendo la revisione dei processi anche per i casi in cui “dopo una condanna per omicidio, sono sopravvenuti o si scoprono nuovi elementi di prova che rendono evidente che la morte della persona non si è verificata”; e stabilendo nello stesso tempo che le vittime degli errori giudiziari hanno diritto al risarcimento dei danni da parte dello Stato. Grazie a questa legge, alla fine di marzo del ’66 Salvatore Gallo ottiene la revisione del processo dalla Corte d’Assise d’Appello di Palermo: l’imputato non ha ucciso il fratello, lo ha solo aggredito. Salvatore Gallo viene condannato a 4 anni e mezzo di reclusione. La sentenza precisa che la pena deve considerarsi pienamente assorbita dai sette anni già trascorsi in carcere, ma l’essere stato riconosciuto comunque colpevole esclude Salvatore dal diritto di richiedere il risarcimento.

 

 

(fonte: “Cento volte ingiustizia – Innocenti in manette”. B. Lattanzi, V. Maimone – Mursia 1996)

Commenta