Giovanni Mandalà, l’ultimo innocente per la strage di Alcamo

Giovanni Mandalà, errore giudiziario

Giovanni Mandalà

Non finisce di stupire la storia buia dell’inchiesta sulla strage della casermetta di Alcamo Marina (27 gennaio 1976), che costò la vita ai carabinieri Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, assassinati nel sonno con una vera e propria operazione da commando militare. Né gli autori, né tantomeno il movente delle feroce aggressione sono mai stati individuati. Al contrario – adesso si può affermare con certezza – furono condannati quattro innocenti, solo dopo quasi quarant’anni riconosciuti tali e vittime di un colossale depistaggio che, forse, servì a coprire ben altre congiure.

L’ultimo atto di questa lunga ed incredibile spy-story è dello scorso lunedì, quando la corte d’appello di Catania, sentenziando a conclusione del processo di revisione chiesto dai familiari dell’ultimo imputato a suo tempo condannato ingiustamente , ha «assolto» con formula piena Giovanni Mandalà, morto in carcere per un tumore nel 1998.

È terrificante il bilancio di questa incredibile trama: due servitori dello Stato assassinati senza pietà e quattro ragazzi senza colpe «scelti» come capro espiatorio per rabbonire l’opinione pubblica e coprire l’inconfessabile movente della strage. Vale la pena riassumerla per sommi capi, l’intera vicenda.

Dopo la scoperta dei cadaveri dei militari, avvenuta tra l’altro in modo rocambolesco ad opera della scorta dell’on. Giorgio Almirante, allora segretario del Msi, le indagini furono immediatamente indirizzate a sinistra, nell’ambito di un terrorismo rosso che in Sicilia non esisteva. Il «gancio» che consente l’operazione è Giuseppe Vesco, un ragazzo vagamente di sinistra che finisce per accusare amici e coetanei: Giuseppe Gulotta, Giuseppe Ferrantelli e Gaetano Santangelo.

Confessa Vesco e poi anche gli altri parlano. Ma molti anni dopo – grazie alla crisi di coscienza di Renato Olino, uno dei carabinieri che «interrogarono» i sospettati, si saprà che quelle confessioni furono ottenute con la tortura.

 

Vesco verrà trovato impiccato in cella, protagonista di un poco probabile suicidio, dal momento che, privo di una mano com’era, difficilmente avrebbe potuto approntare il nodo per uccidersi, come pure difficilmente avrebbe potuto inserire il colpo in canna nella pistola automatica che deteneva al momento del suo arresto. Insomma qualche dubbio di messinscena avrebbe dovuto turbare la coscienza della magistratura di allora, ma i carabinieri – comandati dal capitano Giuseppe Russo (poi ucciso dalla mafia) – la spuntarono.

Ferrantelli e Santangelo, in un momento di libertà provvisoria, «emigrarono» in Brasile per tornare soltanto l’anno scorso, dopo la seconda sentenza di revisione. Giuseppe Gulotta, invece, dovette scontare 22 anni di carcere prima che – aiutato dagli avvocati Baldassarre Lauria e Pardo Cellini – tentasse la carta disperata di una revisione che sembrava impossibile. Due anni fa, Gulotta fu dichiarato innocente e adesso chiede allo Stato un megarisarcimento per l’ingiusta detenzione e, soprattutto, per la violenza subita e certificata agli atti del processo.

 

Ma c’è un’ulteriore indecenza, venuta fuori durante le udienze che hanno portato alla riabilitazione del povero Mandalà, morto senza neppure la soddisfazione di esser riconosciuto innocente. Il dibattimento di Catania ha potuto stabilire con certezza che, a suo tempo, i carabinieri si macchiarono di frode processuale, nascondendo ai giudici prove importanti.

Su una giacca del Mandalà era stata trovata una macchia di sangue dello stesso gruppo di una delle vittime: la prova della sua presenza sulla scena del crimine. La difesa ipotizzò che quella macchia fosse stata «trasportata», ma i giudici scartarono l’ipotesi perché non risultava da nessun atto che i carabinieri fossero in possesso di campioni del sangue dei due militari uccisi.

E invece non era così: gli avvocati Cellini e Lauria hanno esibito un verbale del 6 febbraio del 1976 – documento nascosto ai giudici della prima Corte d’assise – che prova il contrario. I carabinieri conservavano due provette col sangue di entrambe le vittime e dunque – dicono i legali – «esiste la prova di una contraffazione della verità processuale, venuta fuori a distanza di oltre 36 anni». Peccato che Mandalà non abbia potuto ascoltare la sentenza.

 

(fonte: Francesco La Licata, La Stampa, 19 febbraio 2014)

 

 

 

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