“Favori e ricatti a destra e a manca…”

“Considerata la permanente pressione psicologica che personaggi come quelli qui indagati tuttora esercitano sull’intera popolazione di Motta Visconti, ove l’Andreoni è stato eletto per sei volte al parlamento nazionale, distribuendo favori e ricatti a destra e a manca… il pubblico ministero, dottor Francesco Prete, chiede per l’imputato Andreoni Giovanni l’applicazione della misura cautelare della custodia in carcere…”.
(dalla richiesta per l’applicazione di misure cautelari della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano)
Storia di errori e di mazzette. Uno dei mille capitoli della storia infinita di Tangentopoli, a cavallo tra corruzioni e concussioni, tangenti e false accuse. A Motta Visconti, una cittadina poco distante da Milano, la locale casa di riposo per anziani finisce al centro di uno scandalo amministrativo senza precedenti. Il sindaco e sei assessori vengono accusati di concussione. Il primo cittadino si chiama Giovanni Andreoni, un seggio a Montecitorio tra i banchi della Dc per sei legislature, un passato da vicedirettore della Federazione nazionale coltivatori diretti, e da presidente della “Polenghi Lombardo”. Il capo d’imputazione parla di “procedura illegittima nell’assegnazione di un appalto con il sistema della licitazione privata… per aver indotto l’aggiudicatario prestabilito della gara (l’azienda incaricata di arredare la casa di riposo di Motta Visconti, nda) a consegnare indebitamente” sessanta milioni in contanti e mobili per l’arredamento di casa.
E’ l’8 novembre 1993, quando Giovanni Andreoni viene arrestato e rinchiuso in carcere. Dopo cinque giorni di detenzione, il giudice per le indagini preliminari – Aurelio Barazzetta – gli concede gli arresti domiciliari. Ma Andreoni insiste, sa di essere innocente e vuole scrollarsi di dosso ogni falsa accusa. Per questo si appella al Tribunale del Riesame di Milano, che il 22 novembre accoglie la richiesta dell’imputato e dispone l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare. Nel provvedimento si legge che “i fatti in concreto asseritamente verificatisi certamente non sono suscettibili di essere inquadrati nell’astratta fattispecie incriminatrice di concussione, così come invece ipotizzato prima dal Pm e poi dal Gip, ma semmai in quella di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio”. I ruoli, insomma, si invertono: non sarebbe stato Andreoni a indurre l’imprenditore a pagare, ma quest’ultimo a tentare di ottenere l’appalto versando una somma al sindaco. L’accordo tra le parti, dunque, ci fu. Ma “il momento consumativo del reato – spiega ancora il Tribunale del riesame – risale al 1983, dieci anni fa… sussiste quindi nella fattispecie una causa di estinzione del reato…”: la prescrizione. In ogni caso, l’ex primo cittadino di Motta Visconti torna in libertà, perché “nel caso di specie ogni misura cautelare appare sproporzionata all’entità del fatto, considerato anche il lungo tempo trascorso dallo stesso, e alla sanzione che prevedibilmente potrà (non) essere irrogata”.
Il 4 febbraio ’94, a sorpresa, il pubblico ministero Francesco Prete chiede l’archiviazione del procedimento a carico di Giovanni Andreoni e degli altri imputati. Poco più di un mese dopo, il 10 marzo, il giudice per le indagini preliminari emette un decreto di archiviazione per intervenuta prescrizione del fatto addebitato ad Andreoni. Per l’ex deputato, però, la vittoria non è completa senza un risarcimento per l’esperienza vissuta in carcere. Per questo, il 15 giugno, decide di rivolgersi alla V sezione della Corte d’Appello di Milano, presieduta dal giudice Ugo Fienga, chiedendo cento milioni di lire come indennizzo per l’ingiusta detenzione sofferta.
Il 24 gennaio 1995 Andreoni vede accolta solo in parte la sua domanda: i giudici della Corte d’Appello stabiliscono in cinque milioni la riparazione per il danno subìto dall’ex deputato.

(Fonte: “Cento volte ingiustizia – Innocenti in manette” di B. Lattanzi, V. Maimone – Mursia 1996)

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