Andrea Marcon, ingiusto il suo arresto. La vita distrutta di un maresciallo dei carabinieri

«L’arresto? Uno choc. Io arrestavo i delinquenti, non sarebbe dovuto succedere il contrario». Il maresciallo maggiore Andrea Marcon viene catturato nell’ottobre 2005 in caserma, mentre comanda ad interim la stazione dei carabinieri di Montecchio Maggiore. «Fu terribile», ricorda. Dieci giorni di detenzione e poi la sospensione dal servizio.

 

«Quasi trent’anni di carriera cancellati, perché la maggior parte di colleghi e superiori mi voltarono le spalle, come fossi appestato, eppure ero sicuro di non avere violato la legge», aggiunge angosciato e sconsolato. Il tempo non ha lenito la ferita che dice durerà per il resto della sua esistenza. Poi il rientro in servizio e il trasferimento al battaglione di Bologna in attesa del processo. «Sono ripartito da capo, poi la seconda tegola, perché col rinvio a giudizio ci fu la seconda sospensione, mi sentivo finito perché con lo stipendio ridotto a 700 euro non potevo più mantenere la famiglia», rammenta la pagina più umiliante della sua vita.

 

Quindi due processi conclusisi allo stesso modo: la pubblica accusa che chiede la condanna, i giudici che lo assolvono con formula piena. Un arresto del tutto ingiusto. La Corte d’Appello menziona poche volte il suo nome nelle 42 pagine della sentenza con la quale sono stati invece condannati a 5 anni di reclusione gli ex colleghi Francesco Menolascina e Ignazio Mirigliani.

L’inchiesta è quella nota delle operazioni antidroga dei carabinieri di Valdagno, tra il 2004 e 2005, giudicate in secondo grado illegali nell’utilizzo degli agenti provocatori. Per Marcon una vicenda anche straziante, perché nelle stesse ore in cui veniva assolto a Venezia definitivamente – la procura generale non ha presentato ricorso in Cassazione – il padre moriva a Torri di Quartesolo.

 

Intanto, una decisione il maresciallo l’aveva presa. «Sono andato in pensione, nonostante avessi 52 anni, e in teoria pensassi di avere davanti a me ancora una decina d’anni di carriera. Ma con 700 euro al mese non si può vivere, avendo famiglia». Già, la famiglia. Con l’arresto è andata a pezzi. Tanto che nei momenti più bui, quando «la depressione ti assale e pensi perché un servizio fatto come mille altre volte stavolta è giudicato illegale, per giunta arrestando spacciatori», Marcon ha pensato «di farla finita». «Non mi vergogno a dire di essere andato a comprare la gomma per attaccarla al gas di scarico della macchina – insiste senza alcun velo d’infingimento – e se mi sono fermato all’ultimo è stato per mio figlio. Perché se sei innocente, come poi i giudici hanno per due volte stabilito, non te ne fai una ragione di essere invischiato in una storia allucinante».

 

Marcon racconta di quando per andare a compiere le operazione antidroga usava la propria macchina, per non gravare sullo Stato. «Avevo sempre lavorato così e io non c’entravo davvero nulla con gli eventuali illeciti commessi – dice -, perché io comandavo il radiomobile, le indagini erano imbastite dai colleghi del nucleo e io intervenivo nella fase conclusiva, a supporto. Invece, sono stato preso in mezzo». Il maresciallo in pensione sottolinea con amarezza che non tutti sono uguali. «Io senza essere mai condannato – osserva – sono stato sospeso due volte dal servizio e in pratica costretto ad andarmene dall’Arma nonostante il mio stato di servizio fosse ineccepibile, mentre il generale dei carabinieri Ganzer, per indagini antidroga di ben altra dimensione e gravità, è stato condannato a 14 anni di carcere e non è mai stato sospeso. Io constato il trattamento diverso. Ci sono militari di seria A e serie B».

 

La «grande famiglia» dell’Arma quando Marcon venne arrestato nei fatti «mi espulse». «Sono stato abbandonato da tutti – conclude – in particolare dall’Arma, nonostante una vita spesa a correre dietro ai banditi. Ne sono uscito a pezzi, perché a costo di sembrare retorico, io gli alamari li avevo cuciti sulla pelle. Adesso chiederò i danni allo Stato per l’ingiusta detenzione e per le spese che ho dovuto sostenere di avvocato, Lucio Zarantonello, che ringrazio perché mi ha sostenuto come un fratello. Ma per il resto…».

 

(Fonte: Ivano Tolettini, Il Giornale di Vicenza, 5 febbraio 2012)

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