4 mesi in carcere per una rapina in Puglia, ma lui era a Torino

Tre testimoni sostengono di riconoscerlo dalle immagini della sorveglianza. A niente valgono i tanti elementi che riesce a produrre a sua discolpa. Solo una perizia hi-tech consente di chiarire la verità: il bandito in quei video non è lui.

SCHEDA

Luciano Di Marco

Torino (Torino)
  • Anno
  • 2019
  • Reato
  • Rapina
  • Avvocato
  • Domenico Peila, Giacomo Lattanzio
  • Giorni di detenzione
  • 120 (carcere)
  • Errore
  • Testimonianze
  • Risarcimento
  • Richiesto
Luciano Di Marco
Luciano Di Marco

Accusato di essere l’autore di una rapina, insieme con la moglie, avvenuta a Cerignola, in provincia di Foggia. Ma entrambi, quel giorno, erano a Torino. Eppure Luciano Di Marco, 36 anni, residente del capoluogo piemontese con origini siciliane, è finito lo stesso in carcere. E ci è rimasto quattro mesi prima che la verità venisse a galla.

È il 5 giugno 2019. Alle 5.30 del mattino, gli agenti della polizia di Cerignola si presentano a casa di Luciano Di Marco. Gli notificano un’ordinanza di custodia cautelare e gli chiedono: “Di Marzo, cosa ci faceva lei l’8 marzo scorso a Cerignola?”.  Lui risponde nel primo e unico modo che gli viene in mente: “Cerignola? Dov’è Cerignola?”. I poliziotti lo arrestano e lo conducono nel carcere di Lorusso e Cotugno. Per la moglie Anna Bonanno, invece, scattano gli arresti domiciliari: resterà a casa da sola con quattro figli, di cui uno appena nato.

Il capo d’imputazione parla di rapina aggravata. Secondo gli inquirenti, Luciano Di Marco e sua moglie sarebbero due degli autori del colpo alla gioielleria “Sciscio” di Cerignola, che l’8 marzo 2019 avrebbe fruttato 72 mila euro. A incastrarli, le testimonianze della commessa del negozio e di altre due persone, che sostengono di riconoscere Luciano Di Marco e sua moglie dalle immagini delle telecamere di sorveglianza.

Luciano Di Marco
Luciano Di Marco nello studio del suo avvocato.

Ma la realtà è ben diversa. Di Marco, quel giorno, era a Torino, come ogni giorno, presso la carrozzeria dove lavora come autista del carro attrezzi per il soccorso stradale. Lo dimostrano fotografie e messaggi sul suo telefono, la testimonianza di un gommista dove si è recato per riparare due pneumatici del carro attrezzi della carrozzeria che quel giorno stava guidando, e delle insegnanti dei figli. Non solo: essendo l’8 marzo, Di Marco si reca a comprare fiori per la madre, la suocera e la sorella, a cui li consegna personalmente. E la sera resta a cena con la moglie e due amici, che confermano tutto. Come se non bastasse, la moglie, il giorno della rapina, era dal pediatra: aveva partorito un mese prima di quell’8 marzo.

Per eliminare ogni dubbio, tuttavia, si rivela decisiva un’intuizione del difensore di Di Marco: l’avvocato Domenico Peila pensa infatti di affidare una perizia al professor Giuseppe Mastronardi del Politecnico di Foggia attraverso cui dimostrare che la persona ritratta nelle immagini delle videocamere di sorveglianza non è il suo assistito. Luciano Di Marco viene quindi portato nella gioielleria rapinata e fotografato nell’identica posa assunta dai banditi nel video che lo accusa. Il risultato di una comparazione tra le foto, effettuata tramite una tecnologia di ultima generazione che ha un margine di errore dell’1%, conferma quello che Di Marco ripete dal primo momento: il rapinatore ritratto in quei video non è lui.

E così, lunedì 23 settembre l’uomo viene scarcerato per non aver commesso il fatto.  L’avvocato Peila, una volta che la sentenza diventerà definitiva, presenterà istanza di riparazione per ingiusta detenzione per quattro mesi trascorsi in carcere da innocente dal suo assistito.

Per il momento, a Luciano Di Marco restano tutti i danni tipici di chi è stato vittima di ingiusta detenzione. E l’incredulità di essere rimasto vittima di uno scambio di persona (uno dei tanti che accadono ogni anno, come quello che ha coinvolto Fabrizio Bottaro, tra i protagonisti di “Non voltarti indietro“) si percepisce dalle parole dello stesso Di Marco:

“Io sono arrabbiato con la giustizia italiana e con lo Stato perché quel che è capitato a me può capitare ad altre persone. Nemmeno al mio peggior nemico auguro di passare quel che io ho passato lì dentro”.

“Ho perso tutto: il lavoro, la dignità, la gente del palazzo in cui abito non mi saluta. Ho paura anche solo di entrare in un supermercato, di essere osservato. Mi sento come se avessero rubato quattro mesi della vita a me, a mia moglie, alla mia famiglia. Di notte non riesco a dormire: sento ancora il rumore delle chiavi delle celle, dei cancelli, le urla dei detenuti e delle guardie carcerarie. In questi 4 mesi ho perso 20 chili, per protesta ho fatto diversi scioperi della fame: non è servito a nulla. E ora qualcuno deve pagare per quello che mi hanno fatto”.

(fonti: TorinoToday, FoggiaToday)

Ultimo aggiornamento: 12 ottobre 2019

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