Mario Tirozzi

«Mi avete assolto, perché non mi lasciate in pace?»

Sono passati pochi giorni da quando ci è arrivato un messaggio sul telefono: «Amici miei, questi proprio non vogliono saperne di finirla. Questa volta mi hanno notificato un avviso di fermo amministrativo dell’auto…». Lo conosciamo da tanto tempo ormai, Mario Tirozzi: se ci scrive usando questi toni, vuol dire che è proprio arrabbiato. Con tutto quello che gli è toccato subire e sopportare, d’altronde, è più che giustificato: il carcere da innocente per un reato che non aveva commesso, un’accusa talmente abnorme (traffico internazionale di stupefacenti) da essere assurda, un processo lungo concluso con un’assoluzione piena.

Ma non è tanto questo il motivo dell’arrabbiatura di Tirozzi. È tutto quello che è venuto dopo e che ha reso impossibile ricominciare una vita normale a questo imprenditore campano di Capua, che oggi ha 42 anni, una moglie che adora e una bimba deliziosa che gli fa brillare gli occhi già soltanto quando ne parla. Da quando è stato assolto, nove anni fa, Tirozzi non smette di essere tartassato da una burocrazia (giudiziaria e non solo) sorda, ottusa e implacabile.

Tirozzi: «Perché non mi lasciate in pace?»

 

Tirozzi, come sta? Che succede?

«Sono furibondo. Non ne posso più. Pensavo di essermi finalmente messo alle spalle tutto questo e invece rieccoli di nuovo. Stavolta mi portano via la macchina perché sostengono che non ho pagato due cartelle esattoriali relative alle spese processuali relative alla mia vicenda. Ma perché mai dovrei pagarle? C’è una sentenza che le ha annullate».

Combatte da 9 anni contro la burocrazia che la perseguita. Con l’assoluzione i suoi problemi sarebbero dovuti scomparire e invece sembra che ce ne siano più di prima.

«È esattamente così. Poco dopo il mio arresto mi erano stati sequestrati i beni, compreso l’immobile dove aveva sede la mia azienda, perché secondo il pm le mie capacità economiche da sole non potevano bastare per possedere quegli spazi. Ma io lì dentro lavoravo come un matto e davo lavoro a 3-4 dipendenti. Venne nominato un amministratore giudiziario e da lì partirono tutti i problemi che avrebbero portato alla messa in liquidazione dell’azienda: le banche cancellarono i fidi, i clienti mi abbandonarono, i fornitori pure. L’amministratore giudiziario, poi, ha fatto disastri: per tornare in possesso dei beni e cercare di capire come erano stati gestiti ci ho messo un sacco di tempo e ci sono voluti un sacco di soldi in avvocati e procedimenti. Con la beffa che nessuna responsabilità è stata acclarata. Intanto io avevo perso ogni credibilità professionale e sono stato costretto a chiudere l’azienda, licenziando un gruppo di persone che avevo cresciuto fra mille difficoltà».

È stato almeno risarcito per la sua vicenda giudiziaria?

«Sì, ma ci sono voluti più di cinque anni e due ricorsi in Cassazione: i giudici della Corte d’appello mi avevano sempre respinto l’istanza di riparazione per ingiusta detenzione».

È stata una somma sufficiente a coprire le spese sostenute?

«No, per niente. A parte che nessuna somma potrebbe mai compensare le ferite che un’esperienza del genere ti provoca, sull’indennizzo per ingiusta detenzione c’è un discorso da fare: non è tassato perché non costituisce reddito, è vero; ma è sottoposto al pagamento dell’imposta di registro. Insomma: mi avete arrestato per sbaglio e ora tocca pagare a me un’imposta collegata a quel un vostro errore? Assurdo. Senza contare il discorso delle spese processuali…»

Scusi, ma se è stato assolto non dovrebbe pagarle.

«E invece un giorno mi arrivano a casa due cartelle esattoriali: una da 1.204,13 euro e l’altra da 1.760,99 euro. Riguardano due ricorsi per Cassazione che avevo fatto dopo il mio arresto contro la misura cautelare. All’inizio mi dico: “Questi sono matti, non sanno che sono stato assolto?”. Provo a farle annullare in autotutela, invio una Pec, allego la mia sentenza di assoluzione. Risultato? Un funzionario mi risponde così: “Sì, l’Agenzia delle Entrate è a conoscenza della sua assoluzione, ma quel giorno il tribunale si era comunque riunito per lei e quindi le spese vanno pagate”. Un’assurdità. Siamo finiti di nuovo davanti a un giudice: la Corte d’appello mi ha dato torto due volte, ma alla fine la Cassazione ha riconosciuto le mie ragioni».

E allora come si spiega il fermo amministrativo che le hanno appena disposto?

«È proprio qui l’assurdità: nonostante una sentenza della Cassazione, una di quelle due cartelle è ancora lì nel mio cassetto fiscale. E la burocrazia prosegue ottusamente lungo la sua strada: non paghi? Ti blocco l’auto. Ora mi toccherà scrivere, contestare, obiettare. Combattere, insomma. Proprio come ho fatto finora. Sono esausto, sfiduciato, avvilito. Ma non ho alcuna intenzione di mollare, questo è sicuro».

Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone

Ultimo aggiornamento: 30 ottobre 2026

 

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