Un anno in carcere per stupro, ma lei si è inventata tutto

Una donna lo accusa di averla violentata in un parco, ma la realtà è molto diversa: lui non c’entra nulla, lei lo incastra solo perché vuole vendicarsi di una lite che hanno avuto in passato.

SCHEDA

Joel

Milano (Milano)
  • Anno
  • 2019
  • Reato
  • Violenza sessuale
  • Avvocato
  • Paolo Pappalardo
  • Pm
  • Monia Di Marco
  • Giorni di detenzione
  • 373 (carcere)
  • Errore
  • False accuse
  • Risarcimento
  • Richiesto

È il 17 ottobre 2018. In esecuzione di un ordine di custodia cautelare del Pm Monia Di Marco, viene arrestato Joel, un uomo di origine peruviana, 30 anni. L’accusa è pesantissima: violenza sessuale di gruppo nei confronti di una connazionale quarantenne. I fatti sarebbero avvenuti dieci giorni prima in un parco in zona Lorenteggio, a Milano. A denunciare l’uomo è la stessa vittima dell’aggressione: la donna racconta di essere stata violentata, presa a pugni e calci e derubata della borsa. Gli aggressori erano in due: uno è un suo conoscente, Joel appunto, l’altro un amico dell’uomo.

Il peruviano finisce in carcere e vi resterà per tutta la durata delle indagini e del processo. Durante le indagini preliminari e nell’interrogatorio di convalida, il legale di Joel – l’avvocato Paolo Pappalardo – espone alla Procura fatti che dovrebbero mettere in dubbio la versione della donna: una passata denuncia fatta dal peruviano nei confronti della donna per tentato omicidio, precedenti conversazioni su Facebook tra i due proprio su questo, e l’impossibilità della presenza del co- indagato in Italia la notte dell’aggressione perché espulso già due anni fa, come confermato da sua madre. Ma non serve a nulla.

Proprio al termine del dibattimento, però, il colpo di scena: la Procura ha già chiesto una condanna a 7 anni di reclusione, la difesa ha già concluso la sua arringa. I giudici, però, su richiesta della difesa – l’avvocato Paolo Pappalardo – decidono di convocare una donna fino ad allora mai ascoltata nel corso delle indagini. Si tratta di una persona che era presente la sera dell’aggressione. Poiché il quadro emerso nel dibattimento non è affatto chiaro, la sua testimonianza può essere decisiva.

E proprio la testimone racconta una storia del tutto diversa, rispetto a quella ricostruita fino a quel momento. E il suo racconto coincide con quello fatto fin dal primo momento dall’imputato e sostenuto dai testimoni della difesa. In sostanza, quella sera al parco non c’era stata alcuna violenza, ma solo una rissa tra la presunta vittima, l’imputato e un’altra donna per contrasti precedenti.

A quel punto, i giudici decidono di voler andare fino in fondo e convocano ancora una volta la presunta vittima dello stupro. La donna,  dopo una serie di domande del presidente del collegio Ambrogio Moccia, finisce per ritrattare, negando di essere stata violentata.

Come aveva già fatto ricostruito la difesa (che aveva prodotto anche alcune chat tra l’imputato e la donna), i due erano amici in passato e poi lui l’aveva denunciata per un’aggressione che avrebbe subito da lei e da alcuni amici della peruviana. E proprio questa denuncia sarebbe stato il motivo della rissa, poi trasformata dalla quarantenne in una denuncia per violenza sessuale e anche per rapina della sua borsa.

Dopo la ritrattazione della donna, le parti hanno preso di nuovo la parola per le repliche e la Procura (in aula non c’era il pm titolare del fascicolo) ha ribadito la richiesta di condanna per il peruviano. I giudici della quinta sezione penale del Troibunale di Milano, invece, sulla base dei nuovi sviluppi nel dibattimento, hanno assolto l’imputato, disponendo l’immediata scarcerazione.

Non appena la sentenza diventerà definitiva, l’avvocato Pappalardo ha già annunciato che presenterà istanza di riparazione per ingiusta detenzione per l’anno di carcere che è stato costretto a scontare il suo assistito: “Credo che ci sia stato del pregiudizio nel modo di trattare la vicenda da parte degli inquirenti. È stata data subito piena credibilità alla donna, mentre al mio assistito non è mai stato concesso il beneficio del dubbio, nonostante la prova documentale da noi fornita. Si sarebbero dovute approfondire le indagini e invece nulla è stato fatto”.

“Quando sono entrato in carcere per la prima volta ero incredulo, non capivo cosa stesse succedendo. Io sapevo di essere innocente ma nessuno mi credeva. Col passare dei giorni ha preso il sopravvento un forte pessimismo per la mia sorte. A sostenermi c’era però il mio avvocato ma per me era tutto assurdo, mi vedevo come al mattatoio circondato da altri detenuti sofferenti per la loro situazione. Oggi giorno lì pensi che la tua vita sia finita”. 

“Ancora adesso mi sento spaesato, svuotato. Mi viene voglia di stare a casa da solo, mi è rimasta addosso la sensazione di chiuso della cella. La cosa certa è che dovrò trovare un nuovo lavoro ma qui in Italia, la mia vita è sempre qui, nonostante quanto mi sia successo”.

“Voglio ringraziare il giudice per quello che ha fatto, avevo fede in lui perché il mio avvocato mi aveva detto che è una persona molto scrupolosa e intuitiva. Ero nella sue mani e mi ha salvato. Tutti mi avevano già condannato, ma lui ha sollevato il dubbio’.

 

(fonti: Ansa, Repubblica, Il Messaggero, Corriere della Sera, Il Dubbio)

Ultimo aggiornamento: 3 novembre 2019

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