È la sera del 27 giugno 2016. Una donna sta percorrendo con il suo scooter la Panoramica dei Templi ad Agrigento, quando viene affiancata da un altro scooter con a bordo due persone. I due le strappano violentemente la borsa (al cui interno ci sono il cellulare, del denaro e i documenti personali), che lei lascia andare senza opporre resistenza per evitare di essere trascinata a terra. I banditi fuggono, uno dei due non verrà mai identificato. Comincia così la storia di ingiusta detenzione che vede sfortunato protagonista involontario Salvatore Camilleri.
Come si arriva a Salvatore Camilleri
Le indagini si concentrano sul telefono rubato. Dopo il furto, l’apparecchio viene nuovamente acceso e questo consente agli investigatori di risalire alla SIM utilizzata: è intestata a un familiare di Salvatore Camilleri, 27 anni, di Agrigento.
Passa circa un anno, prima che la vittima dello scippo venga convocata dagli inquirenti. Le viene mostrato un album con delle foto segnaletiche: tra i profili di pregiudicati c’è anche quello di Camilleri, che in passato ha avuto qualche piccolo conto con la giustizia. Ed è proprio sul volto del 27enne agrigentino che si sofferma l’attenzione della donna, la quale si convince di riconoscerlo come uno dei due uomini che l’avrebbero affiancata in scooter per strapparle la borsa quella sera. Per gli investigatori è un ulteriore elemento capace di confermare l’ipotesi accusatoria. Il cerchio si stringe attorno a Salvatore Camilleri.
Il processo
Così il giovane agrigentino viene rinviato a giudizio con l’accusa di avere commesso lo scippo insieme a un complice rimasto ignoto. Il processo sembra orientarsi facilmente verso la condanna di Camilleri, con il pm del tutto convinto della sua tesi. Nessuno si è ancora accorto di un elemento di importanza colossale ai fini dell’inchiesta.
L’alibi di ferro di Salvatore Camilleri
Il legale del 27enne, l’avvocato Teresa Balsamo, porta all’attenzione del Tribunale un fatto oggettivo: quel 27 giugno 2016, quando avvenne lo scippo, il suo assistito era detenuto in carcere. Sembra incredibile, ma fino a quel momento un dato così essenziale non era ancora uscito fuori.
Il giudice chiama allora a testimoniare il direttore del penitenziario dove l’imputato sostiene di essere detenuto. E il dirigente non può che confermare, registro delle presenze alla mano: sì, Camilleri quel giorno era effettivamente rinchiuso in una cella della sua struttura e non aveva usufruito di alcun permesso, dunque era impossibile che avesse lasciato il carcere anche solo per il tempo di compiere quello scippo.
Di fronte a questo alibi praticamente insuperabile, anche il pubblico ministero deve fare retromarcia rispetto all’iniziale intenzione di chiedere per Salvatore Camilleri una condanna a due anni di reclusione. Risultato: assoluzione con formula piena, per non aver commesso il fatto. Alla fine di novembre del 2024. Cioè a più di otto anni di distanza dalla sera dello scippo.
Un’inchiesta, troppi buchi
Ora che si è risolta nel migliore dei modi, su questa vicenda vale la pena di fare alcune considerazioni. O meglio: di porsi alcuni interrogativi. Com’è stato possibile che un dato così netto e facile da verificare immediatamente – la detenzione in carcere,il giorno dei fatti del sospettato numero uno – sia saltata fuori soltanto a rinvio a giudizio avvenuto e a processo in corso? Come si può pensare che un riconoscimento fotografico fissato a circa un anno di distanza dallo scippo possa dare un riscontro realmente affidabile? Degli otto anni necessari per risolvere la vicenda, quanto tempo si sarebbe potuto risparmiare gestendo le indagini preliminari meglio di come si è fatto? Domande retoriche destinate a restare prive di risposta da parte di chi sarebbe chiamato a darne una.
Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone
(fonte: AgrigentoNotizie)
Ultimo aggiornamento: 28 novembre 2024

