Un’accusa da infarto

Lui, sottufficiale di polizia da 28 anni, non regge all’onta dell’arresto come sospetto mafioso. E il cuore cede. Per questo evita il carcere, ma ci vorrà tempo prima che la verità venga a galla: è del tutto innocente.

SCHEDA

Matteo Lo Cascio

Mazara del Vallo (Trapani)
  • Anno
  • 1988
  • Reato
  • associazione per delinquere di stampo mafioso
  • Giorni di detenzione in carcere
  • 365 (arresti domiciliari)
  • Causa principale dell'errore
  • False accuse
  • Risarcimento
  • non disponibile

Ventotto anni di onorata carriera in polizia, ma per i colleghi della stanza accanto il dubbio è diventato ormai molto più di un sospetto: mafia. Matteo Lo Cascio, 48 anni, una divisa da sottufficiale di pubblica sicurezza a Mazara del Vallo e una solida credibilità conquistata sul campo in centinaia di operazioni anticrimine, viene arrestato con l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso.

A incastrarlo c’è il testimone chiave di un processo istruito dal procuratore della Repubblica di Marsala, Paolo Borsellino. In un verbale il teste parla di un “maresciallo”, complice di Cosa Nostra, senza fornire ulteriori indicazioni. Eppure quel vago accenno a un poliziotto colluso con la mafia è sufficiente per arrivare fino a Lo Cascio.

Il mandato di cattura viene notificato dagli stessi uomini del commissariato dove il sottufficiale presta servizio. E per lui è un colpo troppo duro: il suo cuore già malandato non regge all’emozione e l’infarto è praticamente inevitabile. Le gravi condizioni di salute gli consentono di evitare il carcere e di ottenere gli arresti domiciliari sotto stretto controllo medico.

Un anno dopo, Matteo Lo Cascio viene prosciolto in istruttoria: il “maresciallo” chiamato in causa dal superteste non è lui, ma Giuseppe Cipolla, protettore del boss mafioso Giuseppe Leo. Vicenda chiusa? Tutt’altro.

Fine estate ’91: il settimanale Epoca pubblica un dossier che ricostruisce la geografia della mafia, provincia per provincia. Nell’inchiesta giornalistica si fa riferimento a un rapporto dei carabinieri in cui vengono indicati tutti i presunti appartenenti al clan di Mariano Agate. Tra questi, c’è anche il nome di Matteo Lo Cascio. Con lui, decine di altre persone estranee all’accusa o morte nel frattempo. Per Lo Cascio è l’ennesimo colpo: “Sarebbe bastato che il comando generale dei carabinieri si fosse rivolto a un qualunque appuntato per sapere quante di queste persone oggi accusate sono state assolte o non esistono più. Pur di non rivivere il dramma della mia esperienza giudiziaria, avevo rinunciato a ogni azione civile di risarcimento danni. Ora basta, chi è stato così incauto a chiamarmi in causa dovrà indennizzarmi adeguatamente”.