Ormai ha deciso: vuole trasferirsi in Europa e andare a vivere in Francia con la propria compagna, Beatrice Vanhulst. Certo, la tentazione di visitare Roma è troppo forte, difficile resistere. Alla fine Gerard Bihorel, 35 anni, ricco industriale metallurgico argentino, cede e si regala una vacanza fuori programma. Insieme con lui c’è un suo conoscente, Hugo Leonardo Cidade, che Bihorel crede essere un commerciante di preziosi in viaggio d’affari per Madrid.
Nella capitale, i due uomini alloggiano all’Hotel President, nei pressi della stazione Termini. Un pomeriggio, di ritorno da una passeggiata al centro storico, il centralino dell’albergo trasferisce una telefonata alla camera dei due argentini: è per Cidade, che parla a lungo finché il colloquio si conclude con un accenno a Bihorel (“…e salutami Gerard”).
L’11 marzo 1990, i carabinieri si presentano nella hall del President con un mandato di cattura per i due sudamericani, sospettati di far parte di una banda internazionale di trafficanti di droga. Quando si ritrova le manette ai polsi, Bihorel comincia a mettere a fuoco quegli atteggiamenti del compagno di viaggio che fino a poco prima gli sembravano soltanto stranezze. Ma è troppo tardi: quelle stesse strade che ha percorso qualche ora fa da turista, adesso gli passano davanti attraverso il finestrino di una “volante” che corre verso Regina Coeli. In carcere finisce anche il complice italiano, l’interlocutore della telefonata.
Davanti al magistrato, Bihorel sostiene la sua innocenza: ha solo accompagnato un amico per un viaggio d’affari. Ma a inchiodarlo c’è la registrazione di quella chiamata ricevuta da Cidade in albergo. Da mesi, infatti, la squadra mobile era sulle tracce di un’organizzazione criminale, tra pedinamenti e intercettazioni telefoniche. Non solo. A non convincere il giudice c’è anche un altro elemento: Bihorel non è in grado di fornire una motivazione plausibile della sua permanenza in Italia.
Nel novembre dello stesso anno, l’industriale argentino viene rinviato a giudizio insieme con gli altri imputati. “Le prove – dice il pubblico ministero – sono più che sufficienti per affermare la penale responsabilità di tutti gli imputati”. Il processo di primo grado si conclude – dopo quattordici mesi di carcerazione preventiva – il 16 maggio 1991. Bihorel viene scagionato con formula piena, anche il Pm – che ha completamente cambiato idea – si è pronunciato per l’assoluzione.
L’avvocato Massimo Buffoni, difensore di Bihorel, promuove la causa di risarcimento. “In seguito alla lunga permanenza in carcere – spiega il legale nella sua richiesta di riparazione per ingiusta detenzione – lontano dai propri affetti, Bihorel ha perduto la propria fidanzata, la quale presa dalla delusione e dallo sconforto decideva di abbandonarlo per formarsi una famiglia con un’altra persona, dalla quale ha avuto un figlio; l’azienda di famiglia ha pesantemente risentito della lunga assenza del signor Bihorel, tanto da consigliare gli anziani genitori, distrutti dal dolore e dalle pesanti spese sostenute per i vari trasferimenti in Italia, a cederla a terzi sottovalutandola”. Le conseguenze dell’errore giudiziario sono drammatiche e si ripercuotono a distanza di tempo: il padre di Gerard si suicida per la vergogna, la famiglia perde tutti i propri averi. Lui si riduce a lavorare in Francia presso una pompa di benzina.
Il 21 gennaio 1994, la quarta sezione penale della Corte d’Appello fissa l’indennizzo a 30 milioni e 700 mila lire. Prima di ottenere il denaro, dovranno passare oltre nove mesi: sul mandato di pagamento della Banca d’Italia c’è una data, il 2 novembre 1994.

