“Ora non ho più una vita”

Duecentotrenta giorni in carcere da innocente con l’accusa di rapina. Ma era 15 centimetri più basso e 20 anni più giovane del vero bandito.

SCHEDA

Vittorio Tiburzi

Roma (Roma)
  • Anno
  • 1990
  • Reato
  • Rapina
  • Giorni di detenzione in carcere
  • 230 (carcere)
  • Causa principale dell'errore
  • Indagini

“Cinquantamila su Luna blu vincente”. Non ha dubbi, questa volta sono soldi sicuri. C’è il sole e meno pubblico del solito, il pomeriggio del 27 marzo 1988, all’ippodromo delle Capannelle di Roma. Per Vittorio Tiburzi sono minuti interminabili. Poi, alla fine della corsa, accartoccia e getta via la schedina della sua puntata. Come al solito perdente.

Ha già in mente un altro cavallo “giusto”, quando si vede venire incontro due uomini: “Lei è in arresto”. Sono carabinieri.

Tiburzi si ritrova senza accorgersene in un ufficio della caserma dei carabinieri di via In Selci, accusato di tentato omicidio, tentata rapina, furto e porto abusivo di armi. Un vigilantes della Brink’s Securmark lo ha riconosciuto all’ippodromo come uno dei responsabili del colpo, andato a vuoto il 14 marzo, ai danni di un furgone portavalori sulla via Anagnina, a Roma.

Quella mattina, poco dopo le otto, il mezzo blindato della Brink’s Securmark sta trasportando gli stipendi dei dipendenti della “Fatme” di via Anagnina, una fabbrica di apparecchiature telefoniche e materiale elettrico. All’improvviso, si trova la strada sbarrata da due camion messi di traverso. L’autista del furgone portavalori non si preoccupa più di tanto – da qualche tempo, sulla corsia opposta, l’Anas sta effettuando lavori stradali – ma non si rende conto che a quell’ora gli operai non sono ancora arrivati. Rallentando, riesce comunque a passare attraverso un minimo spazio rimasto tra le due vetture che gli dovrebbero ostruire la corsa. Superati i due camion, l’agguato: su un lato della strada c’è una ruspa, con un grande braccio meccanico pronto per afferrare e sventrare il furgone portavalori. Soltanto a quel punto, l’autista si rende conto della situazione, accelera e tenta di sfuggire alla presa. Dalla ruspa tre banditi cominciano a sparare. Da una Renault 5, che si è sistemata davanti al portavalori, altri due rapinatori esplodono diversi colpi d’arma da fuoco.

La rapina, studiato nei minimi particolari, fallisce. Le guardie giurate riescono a rispondere al fuoco, il blindato della Brink’s Securmark sperona l’auto dei banditi, costringendoli a fuggire.

A quarantotto ore dal suo arresto, Vittorio Tiburzi – romano, 53 anni, tassista, poi fattorino alle aste d’arredi – è rinchiuso in una cella del carcere di Regina Coeli. Si dice innocente: “E’ uno sbaglio, io non ho fatto nulla”. E invece si ritrova a dover convivere con due uomini condannati a trent’anni.

Trascorrono sette mesi e venti giorni, prima che il giudice istruttore sia costretto a rilasciarlo per decorrenza dei termini della carcerazione preventiva, imponendogli la firma obbligatoria. A nulla sono valse tre istanze inoltrate al Tribunale del riesame, per tornare in libertà.

Fuori dal carcere, Vittorio Tiburzi si ritrova solo come un cane. La donna con cui viveva da tre anni lo ha abbandonato, lui non ha più un lavoro. Unico conforto, gli psicofarmaci. I medici del Centro di igiene mentale gli prescrivono forti dosi di calmanti. Più volte pensa al suicidio.

Il 16 giugno 1990, durante il processo, dalla deposizione del vigilantes che lo aveva riconosciuto all’ippodromo emergono macroscopici errori sugli indizi che inchiodano Tiburzi. Tra l’ex tassista romano e l’identikit di uno dei rapinatori esistono differenze di statura – ben quindici centimetri – e di età, quasi venti anni. Non solo: altre due guardie giurate presenti il giorno dell’agguato al furgone blindato, dicono di non riconoscerlo. A questo punto l’errore è evidente e i giudici non possono far altro che assolvere Tiburzi con formula piena. “E pensare che non mi hanno mai chiesto nemmeno un alibi, avrei detto la verità: quella mattina ero a casa con mia madre. Io sono figlio unico e lei ha ormai 85 anni, devo starle vicino”. Il risarcimento? Macché: “Ora non ho più una vita”.