Mario di Cuneo

Accusato di spaccio di cocaina da due malavitosi. Verrà assolto per non aver commesso il fatto tre anni dopo essere stato arrestato: in aula gli accusatori ritrattano, “non è lui”.

SCHEDA

Mario Laconi

Cuneo (Cuneo)
  • Anno
  • 1990
  • Reato
  • Spaccio di sostanze stupefacenti
  • Avvocato
  • Bruno Dalmasso
  • Giudice
  • Causa principale dell'errore
  • False accuse
  • Risarcimento
  • Richiesto (100 milioni di lire)

“Da noi si riforniva uno di Cuneo che si chiama Mario”. Due pentiti di una banda di trafficanti hanno fatto il suo nome e per la polizia mettersi sulle tracce di Mario Laconi, muratore di 31 anni, residente a Borgo San Dalmazzo (Cuneo), è ordinaria amministrazione. Il ricercato viene fatto pedinare per diversi giorni, si raccolgono informazioni sulla sua vita, elementi che possano essere utili alle indagini. Quando gli inquirenti sono sicuri dei dati raccolti, è il marzo dell’87 e Mario Laconi finisce nel carcere “Le Nuove” di Torino con l’accusa di spaccio di stupefacenti. L’ordine di cattura è firmato dal sostituto procuratore della Repubblica di Torino, Vittorio Russo.

In carcere, Laconi non viene mai messo a confronto con i suoi accusatori. L’inchiesta è condotta dal giudice istruttore Paola Trovati, con cui però il muratore piemontese non riesce mai a parlare. Non solo, anche la richiesta di libertà provvisoria – presentata dall’avvocato Bruno Dalmasso – non viene presa in considerazione perché l’accusato è ritenuto un individuo “socialmente pericoloso”. Il Tribunale della Libertà conferma che la cattura ha “motivi fondati”.

Laconi esce solo per decorrenza dei termini della detenzione preventiva. Ma è passato un anno. Rinviato a giudizio con altre cinque persone, il 16 novembre dell’89 l’imputato siede davanti alla VI sezione del Tribunale di Torino. In aula, per la prima volta, viene messo a confronto con i suoi due accusatori – Carlo Pecollo e Marco Pellegrino – ma questi non lo riconoscono: “Non è lui il Mario di Cuneo, ci siamo sbagliati”. Ma Pecollo aggiunge: “Quest’uomo qualche volta ha comprato eroina”. Laconi nega.

Dodici giorni dopo, la sentenza: Mario Laconi è assolto per non aver commesso il fatto. Dello stesso avviso anche il pubblico ministero, che decide di non presentare ricorso in appello.

Ma il muratore insiste. Il nuovo codice di procedura penale prevede una riparazione massima di 100 milioni di lire. E il 6 febbraio ’90 Laconi chiede allo Stato proprio 100 milioni per i dodici mesi di prigionia immotivata: è la prima volta, per il Piemonte, che viene invocata la nuova norma.