Il suo nome compare nella lista dei 24 ricercati più pericolosi. Marco Leoni ha 23 anni, fa il pastore ed è accusato di essere uno dei responsabili dell’attentato contro una pattuglia dei carabinieri nelle campagne del nuorese. La notte tra il 15 e il 16 luglio 1990, due giovani mascherati hanno sparato contro due “Alfa 90” dei carabinieri di Jerzu, vicino Nuoro. L’attentato non ha avuto conseguenze: tra i militari nessuna vittima, soltanto un grande spavento.
Secondo le ricostruzioni degli investigatori si sarebbe trattato di una vendetta. Poche ore prima i carabinieri erano dovuti intervenire per sedare una rissa in una spiaggia vicina.
I sospetti degli inquirenti si indirizzano presto verso Marco Leoni e un suo amico, minorenne. A carico dei due, la loro partecipazione alla lite risolta dai carabinieri e alcuni segni lasciati dagli pneumatici dell’auto di Leoni nella zona dell’agguato.
Prima dell’arresto il giovane pastore si dà alla macchia. Consapevole di essere del tutto estraneo a quella vicenda, preferisce la latitanza a un processo sul cui esito positivo nutre forti dubbi. Non gli resta che nascondersi nelle montagne del nuorese, dove rimarrà per due anni e quattro mesi.
Il processo nei suoi confronti si apre a Lanusei, in provincia di Nuoro. A sorpresa, l’esito è positivo: Leoni viene scagionato da ogni addebito. Fra gli elementi che determinano la sua innocenza, il risultato negativo della prova del guanto di paraffina: l’esame era stato effettuato nella fase iniziale delle indagini, quando il pastore ancora non si era dato alla latitanza. La requisitoria del pubblico ministero si chiude con la richiesta di una condanna a dieci anni di reclusione, per Marco Leoni; ma i giudici finiscono per accogliere le tesi dell’avvocato difensore, Patrizio Rovelli. Nel novembre ’92 l’imputato è assolto con formula piena, “per non aver commesso il fatto”.
Venuto a sapere della sentenza, Marco Leoni decide di intentare una causa per il risarcimento. Pur non essendo stato in carcere, si appella agli articoli 314 e 315 del nuovo codice di procedura penale, relativi all’ingiusta detenzione, dei quali richiede un’applicazione estensiva. “Quando la latitanza è ingiusta – spiega l’avvocato Rovelli – va risarcita. Per due anni e quattro mesi il mio assistito ha vissuto da latitante per un’accusa infondata, correndo il rischio di vedersi appioppare altri reati, come di norma accade ai latitanti: per fare un solo esempio, Leoni è stato indagato anche per un tentato sequestro, da cui è in seguito risultato del tutto estraneo”. Ingiusta latitanza, dunque, come ingiusta detenzione. Un’equazione possibile?

