Il mostro dell’Autosole

Il telegiornale delle 22 ha appena annunciato i titoli di testa. Filippo Cammarata sta guardando la televisione dal divano, insieme con la moglie. Concetta e Francesco, 8 e 5 anni, dormono nella loro camera. Suona il campanello di casa. Due uomini in borghese: “Siamo carabinieri, dobbiamo procedere a una perquisizione”. Cammarata prova a chiedere spiegazioni,…

SCHEDA

Filippo Cammarata

Caltanissetta (Agrigento)
  • Anno
  • 2018
  • Reato
  • Rapina, violenza carnale, atti osceni in luogo pubblico, sequestro di persona, porto abusivo di armi.
  • Giorni di detenzione in carcere
  • 90 (carcere)
  • Causa principale dell'errore
  • Riconoscimento errato
  • Risarcimento
  • Non disponibile

Il telegiornale delle 22 ha appena annunciato i titoli di testa. Filippo Cammarata sta guardando la televisione dal divano, insieme con la moglie. Concetta e Francesco, 8 e 5 anni, dormono nella loro camera. Suona il campanello di casa. Due uomini in borghese: “Siamo carabinieri, dobbiamo procedere a una perquisizione”. Cammarata prova a chiedere spiegazioni, ma l’unica risposta è un ordine: “Ci segua in caserma”. E alla moglie: “Prepari la roba per suo marito”. Sullo schermo, le immagini di un servizio di sport.

Quel 15 gennaio 1988 Filippo Cammarata, 29 anni, istruttore di guida a Caltanissetta, se lo ricorderà a lungo. La notte, in caserma, gli comunicano che per lui è pronto un mandato di cattura firmato da un magistrato di Modena. Il provvedimento parla di accuse gravissime: rapina, violenza carnale, atti osceni in luogo pubblico, sequestro di persona, porto abusivo d’armi. Sono i crimini commessi dal “mostro dell’autostrada del sole”, il maniaco che tra l’8 settembre e il 30 dicembre ’87 ha agito nei pressi del casello di Modena nord.

Lui nega tutto, può provare che nei giorni in cui imperversava il “mostro” era prima a Chianciano per le cure termali, poi a Caltanissetta per festeggiare in famiglia il Capodanno. “Ho tutti i testimoni che volete, con queste storie non c’entro nulla, a Modena non sono mai stato in vita mia”. Ma i carabinieri tagliano corto: “Il magistrato arriverà domani da Modena”. Nell’attesa, Cammarata finisce in isolamento. I giornali titolano a nove colonne: “Preso il mostro dell’autostrada”, “Manette al maniaco che seminava violenza e terrore sull’Autosole”.

Il giorno dopo, il magistrato gli mostra l’identikit di una persona stempiata e con la faccia tonda. Cammarata protesta: lui ha il viso magro, lungo e con tantissimi capelli. Ma è inutile. Una vittima delle imprese del “mostro” ha creduto di riconoscere il suo aggressore in una fotografia pubblicata su un giornale toscano. Ma quella è in realtà l’immagine di Cammarata, che sulle pagine del quotidiano è finito solo in seguito a un incidente stradale.

Disperato, l’istruttore tenta di suicidarsi provando a ingoiare una forchetta. Qualche giorno dopo, il 23 gennaio, i carabinieri lo prelevano dal carcere di Caltanissetta e lo accompagnano in catene alla stazione: il detenuto deve essere tradotto nel penitenziario di Modena. Ma il treno si dirige a Bologna, dove Cammarata è atteso da quindici carabinieri e da una folla di passeggeri in transito che lo scrutano, lo osservano, lo condannano con lo sguardo.

A Modena, per sessanta giorni – durante i quali perde dieci chili per uno sciopero della fame – è costretto all’isolamento, senza poter incontrare la moglie Laura e i figli. Proprio Laura viene interrogata più volte per ottenere i particolari più intimi del rapporto coniugale. Tutto, pur di confermare i sospetti: Cammarata è un maniaco sessuale.

Filippo, intanto, viene sottoposto a numerosi confronti, senza che nessuno lo riconosca. Un giorno, un giovane che dice di aver visto bene “il mostro”, indica uno degli uomini accanto a Cammarata: “Potrebbe essere lui…”. Nel frattempo è stato trasferito in una cella con altri nove detenuti: “Conoscevo la legge del carcere. Ero accusato di un reato infamante e per queste cose lì dentro non perdonano. Invece non successe nulla, anzi, fui accolto bene. Erano tutti convinti della mia innocenza”. Dopo altri due mesi di prigione, il suo difensore si appella al Tribunale della Libertà e il 16 maggio 1989 Cammarata viene scarcerato per mancanza di indizi. Il processo lo vedrà assolto “per non aver commesso il fatto”, ma la corte d’assise leggerà il verdetto senza che l’istruttore di guida sia presente in aula.

Tornato a casa, a Caltanissetta, la vita non è più la stessa. Non è facile riprendere a lavorare, a frequentare le amicizie, scrollandosi di dosso il marchio del “mostro”: “La gente mi guardava con sospetto, gli amici mi evitavano. Alla scuola guida la mia presenza si rivelò presto ingombrante, i clienti trovavano mille scuse per non sedersi accanto a me. Non mi restava altro che abbandonare la mia città”. Prima destinazione, Chianciano Terme.