La terza rapina in una settimana. La banda dei cinque agisce indisturbata tra gli uffici postali e le banche di Milano. Disinvolti, con il viso scoperto, armi in pugno, con l’ultimo colpo – il 13 maggio 1993 – hanno portato via 400 milioni di lire alle Poste di via dell’Orso. Ma stavolta un testimone – il direttore, Giovanni Gentile – ha fotografato nella mente il volto di uno dei cinque. In questura si elabora un primo identikit di uno dei rapinatori. Tra i segni particolari, il direttore ricorda l’accento settentrionale. Quindi, tra decine di foto segnaletiche, punta il dito su quella di Giuseppe Ruvolo, macellaio, 50 anni, nato a Palermo e residente a Cusano Milanino, un unico precedente per droga. La ricostruzione della polizia sembra coincidere.
Indagato per rapina a mano armata dal pubblico ministero, Maria Rosaria Sodano, il 25 febbraio 1994 Giuseppe Ruvolo finisce a San Vittore: cella n.302, V raggio. In pochi metri quadrati, cinque detenuti.
Davanti al magistrato il macellaio insiste sulla sua innocenza: “Non so neanche dove sia quella strada, non ci sono mai stato. Non sono mai entrato in quell’ufficio postale. Quella mattina ero come al solito al lavoro, nelle cucine di un ristorante che si trova dall’altra parte della città”. Ma il direttore dell’ufficio postale è sicuro: “E’ lui l’uomo dal naso aquilino e dal volto scavato che era lì quella mattina”. Gentile lo ribadirà anche in sede dibattimentale, nel luglio 1994. Gli altri impiegati delle poste non confermeranno mai la testimonianza del loro direttore. Paolo Gropuzzo, il commissario che per nove mesi prima di arrestarlo è stato l’ombra del macellaio di Cusano, non riuscirà mai a trovare un solo indizio concreto contro di lui. Eppure, il 14 luglio, Giuseppe Ruvolo viene comunque condannato a sette anni di reclusione per la rapina di via dell’Orso e scagionato dalle altre che gli si volevano addebitare. La moglie Angela, convinta dell’innocenza del marito, per protesta si incatena davanti al Palazzo di Giustizia. Poi chiede di incontrare il magistrato che ha incriminato suo marito. Durante il colloquio con il Maria Grazia Sodano, la donna riesce a convincere il Pm a incontrare Ruvolo in carcere. Fino a quel momento, infatti, i due non si sono mai trovati faccia a faccia. “E lei un giorno venne – ricorderà in seguito il macellaio – ma prima ancora che riuscissi a ringraziarla per avermi voluto incontrare, mi bloccò stupita per il mio accento palermitano”. L’inflessione di Ruvolo è infatti tutt’altro che settentrionale, contrariamente a quanto risulta dall’identikit fornito dai testimoni.
Il 9 settembre, il Pm Sodano invia una lettera alla VII sezione del Tribunale, in cui esprime parere favorevole “…all’istanza di remissione in libertà di Giuseppe Ruvolo. Osservo che l’imputato è stato assolto in primo grado dalle altre rapine… mentre l’accusa era improntata a dimostrare che gli eventi criminosi sono stati commessi dalle stesse persone”.
Intanto, duecento “colleghi” del V raggio di San Vittore firmano una lettera indirizzata al ministro di Grazia e Giustizia e al presidente della commissione Giustizia della Camera, in cui esprimono rincrescimento per la condanna di Giuseppe Ruvolo, un innocente.
Il legale di Ruvolo, l’avvocato Giuseppe Lopez, presenta la domanda di scarcerazione al Tribunale della Libertà. Il 12 ottobre del 1994, durante l’udienza del riesame, Maria Rosaria Sodano si associa alla richiesta della difesa: “Chiedo a questo tribunale la scarcerazione di Giuseppe Ruvolo. Sono certa che nel giudizio di appello l’imputato sarà assolto. Signor presidente, per me si tratta di una questione di coscienza”. Ma il giudice Ilio Mannucci Pacini, del Tribunale della Libertà di Milano, respinge l’istanza di scarcerazione. Nell’ordinanza si legge: “…La custodia in carcere è obbligatoria per questo genere di delitti, salvo che sia positivamente provata l’insussistenza di esigenze cautelari. Orbene, tale prova non si rinviene…Viene quindi respinto l’appello”.
Giuseppe Ruvolo trascorre il Natale a San Vittore in attesa del processo d’Appello che arriva il 18 gennaio 1995. Il verdetto lo assolve con formula piena. Quando era entrato in carcere pesava 83 chili, ora – dopo 324 giorni in cella senza colpa – solo 68.
(fonte: Cento volte ingiustizia, di Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, Mursia 1996)

