Il netturbino e quel pestaggio mai avvenuto

Oltre 600 giorni di ingiusta detenzione con un’accusa a cui è del tutto estraneo: la sera dell’aggressione era a casa con la famiglia. A commettere il reato era stata un’altra persona, rea confessa.

SCHEDA

Franco Di Nardi

Piedimonte San Germano (Frosinone)
  • Anno
  • 2019
  • Reato
  • Lesioni personali aggravate
  • Avvocato
  • Francesco Malafronte
  • Giorni di detenzione
  • 156 (carcere), 469 (arresti domiciliari)
  • Errore
  • Indagini
  • Risarcimento
  • 100 mila euro
Franco Di Nardi
Franco Di Nardi.

Arrestato ingiustamente, costretto a oltre 600 giorni di custodia cautelare da innocente. È accaduto a Franco Di Nardi, 50 anni, originario di Piedimonte San Germano. La sua vicenda si è conclusa definitivamente a sei anni dall’arresto con il risarcimento per ingiusta detenzione: lo Stato ha riconosciuto che quest’uomo è stato vittima di un errore giudiziario.

Franco Di Nardi, netturbino, viene arrestato con altri due uomini il 2 febbraio 2013. Gli investigatori lo accusano di aver preso parte a un pestaggio di un giovane con problemi psichici avvenuto tre mesi prima, la sera del 2 novembre 2012, a cui in realtà è del tutto estraneo. A incastrarlo sarebbe la testimonianza della vittima, che però soffre di una patologia psichiatrica molto grave: schizofrenia paranoidea, aggravata dal fatto che non segue più le cure ed è alcolista e tossicodipendente. Non c’è niente da fare, l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Di Nardi parla chiaro: lesioni personali aggravate.

Nonostante l’uomo si dichiari innocente e nonostante le dichiarazioni della vittima dell’aggressione siano viziate dalle sue condizioni psichiche, resterà in cella più di 5 mesi; poi finirà agli arresti domiciliari, dove dovrà passare oltre un anno, fino al 31 ottobre 2014. Successivamente, come se non fosse abbastanza, verrà sottoposto ad obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria fino al 3 maggio 2015.

Franco Di Nardi sostiene con forza la sua innocenza. Ma nessun giudice, dall’interrogatorio di garanzia al processo di primo grado, pensa di mettere in discussione la testimonianza della vittima per le sue condizioni mentali e anche per il fatto che la sera dell’aggressione aveva un tasso alcolemico ben al di sopra di ogni limite consentito. Non basta neppure che Di Nardi spieghi di avere un alibi: quella sera era a casa, con la sua famiglia.  Al termine del processo di primo grado, l’uomo il 6 marzo 2014 viene condannato a tre anni e sei mesi di reclusione.

La vittima del pestaggio, qualche mese dopo l’aggressione, si lancia dal quinto piano dell’ospedale di Cassino dov’era ancora ricoverato proprio in conseguenza dei colpi ricevuti.

Il difensore di Di Nardi, l’avvocato Francesco Malafronte, non si dà per vinto e impugna la sentenza alla Corte d’Appello di Roma. E questa volta le cose vanno diversamente: il 3 marzo 2015 i giudici di secondo grado assolvono Franco Di Nardi per non aver commesso il fatto. Decisiva per l’assoluzione è stata la confessione di un altro uomo, residente nello stesso paese, che di fatto ha scagionato Di Nardi, più alcune testimonianze con le quali è stata dimostrata la sua assenza al momento del fatto in piazza Municipio a Piedimonte San Germano.

Non appena la sentenza diventa definitiva, l’avvocato Malafronte presenta istanza di riparazione per ingiusta detenzione: vuole che il suo assistito venga risrcito per i 625 giorni, tra carcere e arresti domiciliari, durante cui è stato privato della libertà personale. L’Avvocatura dello Stato si oppone, ma inutilmente: il 2 dicembre 2019, ben 6 anni dopo l’arresto ingiusto, i giudici della IV sezione della Corte d’Appello di Roma emettono un’ordinanza in cui riconoscono il risarcimento a favore di Franco Di Nardi: circa 100 mila euro per riconoscere l’errore giudiziario, uno dei mille casi di errori giudiziari che si verificano in Italia ogni anno, di cui è stato vittima il netturbino.

“La notte del mio arresto non potrò mai dimenticarla. Non riuscivo a capire per quale motivo ero stato accusato di una cosa tanto brutta. Picchiare una persona, soprattutto indifesa, non è nella mia indole. Eppure per quell’aggressione sono stato in carcere per mesi. A gridare la mia innocenza. Creduto solo dai miei familiari e dal mio avvocato. Perché se vieni arrestato sugli occhi del prossimo cade comunque il velo del sospetto. E ancora oggi mi resta difficile far finta di non vedere certi sguardi accusatori”.

(fonti: Il Messaggero ed. Frosinone, Frosinone Today, Ciociaria Oggi)

Ultimo aggiornamento: 7 dicembre 2019