Benito Ciocci è uno stimato avvocato di 56 anni. Vive a Cropani, una piccola località poco distante da Catanzaro, dove riveste la carica di vicepretore onorario. Ha tre figli e conduce una brillante carriera forense, grazie al severo studio negli anni dell’università.
Il 28 gennaio 1988 si diffonde la notizia di un’inchiesta aperta a carico della giunta comunale. Nel mirino delle indagini, gli amministratori comunisti e socialisti. Il maresciallo della stazione dei carabinieri di Cropani, Felice Cavallotti, informa Ciocci della situazione. Si parla di diverse irregolarità nell’erogazione dei fondi Eca – il vecchio Ente comunale d’assistenza, disciolto con la nascita delle Regioni.
Ciocci suggerisce al maresciallo di procedere “con cautela, senza sollevare polveroni”. E’ un semplice monito a non lasciarsi andare alla fretta e alla superficialità. E invece il sottufficiale lo interpreta come una richiesta di modificare i primi risultati delle indagini. Cavallotti si precipita dai suoi superiori e dalla magistratura. Qualche giorno dopo, Benito Ciocci viene raggiunto da una comunicazione giudiziaria e successivamente viene rinviato a giudizio con l’accusa di abuso d’ufficio.
L’avvocato Ciocci è sconvolto. Un’accusa così grave lo costringe a non uscire di casa. Le voci corrono e la notizia della comunicazione giudiziaria ha già fatto il giro di tutta Cropani. Intanto in paese circola una storia. Da tempo il maresciallo Cavallotti è in predicato di cambiare sede, ma, se si aprisse un’inchiesta delicata, il suo trasferimento verrebbe bloccato.
A maggio, la vergogna di un giudice che è costretto a sedersi sul banco degli imputati, spinge Benito Ciocci ad una decisione estrema: il suicidio, con due colpi di fucile in viso.
Il pubblico ministero titolare dell’inchiesta chiede l’estinzione del reato per morte sopraggiunta, ma precisa che se Benito Ciocci fosse in vita ne avrebbe chiesto l’assoluzione. Il Tribunale di Catanzaro accoglie l’istanza dei difensori del vice pretore onorario che chiedono di poter discutere comunque la causa. Il 5 giugno, i giudici di Catanzaro assolvono Benito Ciocci con formula piena, “perché il fatto non sussiste”.
“E’ stato ucciso dal sospetto – commenta Giuseppe Rotella, nipote di Ciocci – che talvolta gli pareva di leggere guardando negli occhi la gente”.

