Bastava cercarlo

Un incredibile intreccio burocratico costringe al carcere un cittadino francese innocente. Condannato in Italia a suo insaputa per un omicidio mai commesso.

SCHEDA

Daniel Giner

Roma (Roma)
  • Anno
  • 1994
  • Reato
  • omicidio
  • Avvocato
  • Michele Gentiloni Silverj
  • Giorni di detenzione in carcere
  • 820 (carcere)
  • Causa principale dell'errore
  • False accuse
  • Risarcimento
  • 64 milioni di lire

Natale in Tunisia. Non è una semplice vacanza al sole delle coste nordafircane, quella che Daniel Giner – 43 anni, cittadino francese, agente immobiliare ad Adge, una cittadina del sud della Francia, vicino Montpellier – ha deciso di prendersi. E’ il suo viaggio di nozze con Marieclaude, che ha sposato da qualche giorno. Una luna di miele che si rispetti: mare, sole e caldo.

I due partono per Tunisi il 17 dicembre 1987. Le tre ore scarse di volo trascorrono in un attimo. In aeroporto, la sorpresa: appena varcata la frontiera, i coniugi Giner trovano la polizia ad attenderli. Daniel si ritrova le manette ai polsi senza comprenderne il motivo. Non fa neanche in tempo a chiedere spiegazioni: finisce in una cella senza luce di un carcere tunisino, dove passerà un mese prima di cominciare a capire qualcosa. Lo accusano di aver commesso un omicidio in Italia, ma non gli spiegano nulla di più.

La sua estradizione in Italia avviene il 7 marzo 1988. Eppure neanche dopo il suo trasferimento a Roma, nel carcere di Rebibbia, riesce a conoscere ulteriori particolari della vicenda in cui è rimasto coinvolto. Soltanto dopo cinque mesi di detenzione, il 5 maggio, l’avvocato francese Martine Dufau gli comunica una notizia che abbatterebbe chiunque: la giustizia italiana ha condannato Daniel Giner a 28 anni di reclusione come responsabile dell’omicidio del capo di una banda internazionale di falsari e trafficanti in traveller’s cheques rubati.

Nove anni prima, nel novembre del ’79, il cadavere seviziato e massacrato di un certo Gaetano Casabella era stato trovato vicino a Siena. Le indagini su quel delitto si erano sviluppate attraverso una lunga istruttoria, condotta dal sostituto procuratore Francesco Nitto Palma e dal giudice istruttore Antonino Stipo, e due processi. Il nome di Daniel Giner era stato fatto da uno dei coimputati: Mario Piga, componente della banda di trafficanti e falsari, reo confesso di quel regolamento di conti, condannato a 29 anni, aveva sempre sostenuto che l’assassino di Gaetano Casabella era “un francese di nome Daniel”. A carico di Giner c’erano inoltre due indizi: la sua patente di guida (trovata nell’auto utilizzata per trasportare il cadavere della vittima da Roma fino nel senese) e una scheda di registrazione alberghiera a suo nome, ma priva degli estremi di un documento (che era servita all’accusa per sostenere la sua possibile presenza, nei giorni del delitto, presso l’hotel Ariston della capitale).

Conosciuto quel castello di accuse, Daniel Giner trasecola: “E’ impossibile, non ho mai conosciuto Piga né Casabella, e nemmeno gli altri membri della banda. È vero, sono stato in Italia, dove ho anche smarrito la patente, ma non ho mai alloggiato in quell’albergo”. I suoi proclami di innocenza non servono più a nulla: la condanna è definitiva. L’8 dicembre 1985, due anni prima del suo arresto nell’aeroporto di Tunisi, la sentenza nei suoi confronti è divenuta irrevocabile. Lo stesso giorno era stato emesso un ordine di cattura internazionale che le autorità tunisine non avevano fatto altro che applicare.

Ma com’è possibile che in tutto questo tempo nessuno abbia mai fatto sapere a Daniel Giner che da anni, in Italia, era in corso un processo contro di lui, per giunta con l’accusa di un reato gravissimo? La spiegazione che il francese ottiene come risposta ai suoi interrogativi è disarmante: la legge italiana non prevede l’obbligatorietà del mandato di cattura internazionale, che fa parte di una prassi – non sempre applicata – di collaborazione tra le polizie dei diversi paesi. Non solo: l’autorità giudiziaria italiana non ha cercato Giner sul territorio nazionale perché lo sapeva residente in Francia e quella francese non ha mai pensato di rintracciarlo perché nessuno glielo ha mai chiesto. La legge italiana, poi, stabilisce che soltanto il cittadino straniero contro cui si procede senza obbligo di arresto (cioè per i reati minori) ha il diritto di essere informato in territorio estero dell’esistenza di un processo a suo carico, pendente in Italia. Lo staniero contro cui sia spiccato un mandato di cattura non deve essere informato perché la notizia potrebbe agevolarne la fuga.

In pratica, mentre la giustizia italiana lo condannava definitivamente a 28 anni di reclusione, Daniel Giner lavorava in Francia, si sposava, utilizzava normalmente tutti i documenti (dalla carta d’identità alla patente, al passaporto), pagava le tasse, per un periodo restava disoccupato, ricevendo il sussidio statale. Il suo nome figurava nell’elenco telefonico e addirittura nelle liste di pregiudicati della polizia, a causa di una piccola truffa per la quale era stato accusato qualche tempo prima. Insomma, Giner era perfettamente reperibile dall’autorità giudiziaria.

Per chiarire la clamorosa ingiustizia, il difensore di Daniel Giner – l’avvocato Michele Gentiloni Silverj – le prova tutte. Davanti alla Corte d’Assise di Roma, che a suo tempo aveva condannato in primo grado il francese, il legale solleva un incidente di esecuzione per evidenziare come i diritti della difesa non siano stati rispettati: Giner non è stato posto in grado di difendersi. Non serve. Secondo i giudici, non è colpa dell’autorità italiana se quelle transalpine – pur conoscendone il domicilio – non hanno arrestato Giner.

Il 23 gennaio 1989, l’introduzione di una nuova normativa giunge in aiuto di una situazione ormai critica: se l’imputato, costretto a restare contumace per motivi indipendenti dalla sua volontà, dimostra di aver ignorato l’esistenza di un processo contro di lui, quel processo dev’essere ripetuto.

A sostenere la necessità di una revisione del giudizio intervengono altri elementi: al pricipale accusatore di Giner, Mario Piga, e ad altre persone ascoltate vengono sottoposte alcune fotografie del francese. Nessuno dei magistrati che si erano alternati durante un iter processuale durato sei anni, aveva pensato di eseguire quel semplice confronto, dal quale Giner sarebbe uscito innocente con grande anticipo. Perché nessuna delle persone a cui vengono mostrate le foto di Giner lo riconosce come l’assassino del falsario Casabella: Piga ammette di essersi sbagliato; Sofia Landsberg, fidanzata dell’ucciso, non ha mai visto prima l’uomo che compare in quelle foto.

Il 19 luglio 1990, in concomitanza con la scadenza dei termini della custodia cautelare, Daniel Giner viene scarcerato. La Cassazione dispone l’annullamento delle precedenti sentenze di merito e ordina la ripetizione del processo. Intanto il francese è al soggiorno obbligato, in un albergo di San Paolo dei Cavalieri, nei pressi di Tivoli.

Tre volte al giorno è tenuto a presentarsi presso la locale stazione dei carabinieri per la firma. Domenica 19 maggio 1991, non vedendolo comparire come al solito, i militari si presentano al suo alloggio. Non lo trovano, è fuggito per tornare a Montpellier. Dalla latitanza fa sapere che rientrerà per l’apertura del processo.

Il giorno della sentenza, infatti, Giner siede sul banco degli imputati. E’ il 16 novembre 1992: la Corte d’Assise d’Appello di Roma lo assolve per non aver commesso il fatto. Il transalpino decide di presentare la domanda di risarcimento per l’ingiusta detenzione sofferta. Due anni dopo, nel febbraio ’94, la quarta sezione della Corte d’Appello della capitale accoglie la richiesta, disponendo nei suoi confronti la liquidazione di 64 milioni di lire.