Sei anni in isolamento. Innocente. E neanche risarcito

Il telefono gracchia. La voce va e viene. Giulio Petrilli è a Belgrado per un lavoro. «Ogni tanto torno in Italia», spiega. Ma, dal tono, sembra che stia meglio in Serbia. Qui, nel suo Paese, gli hanno rubato sei anni di vita e poi, dopo aver riconosciuto tardivamente l’errore, si sono rifiutati di risarcirlo. Il danno e la beffa. Per un cavillo, il primo comma dell’articolo 314 del codice di procedura penale, che dà ai giudici il potere di decidere se il rimborso va concesso o no.

 

Petrilli fu arrestato il 23 dicembre 1980. L’accusa era pesante: banda armata. I pm sostenevano che era coinvolto nell’organizzazione terroristica Prima Linea. Lui all’epoca era uno studente ventunenne della facoltà di Lettere all’Aquila. In primo grado fu condannato. A otto anni. Ne ha scontati sei, in regime speciale: un’ora d’aria e 23 in cella. Poi, in appello, è stato assolto.

La sentenza venne confermata in Cassazione. E Giulio nel maggio dell’86 tornò libero. Anche se la sua vita era ormai devastata.

 

«Mi accusarono di partecipazione a banda armata con funzioni organizzative», ricorda. Un’accusa pesante, specialmente in quegli anni. Il pm chiese undici anni. La Corte ne «concesse» otto, trascorsi passando da unpenitenziario all’altro in un regime peggiore dell’attuale 41-bis: isolamento totale e sessanta minuti soltanto all’aperto.

«Il primo comma del 314 – sottolinea – prevede il rifiuto del risarcimento in caso di colpa grave o dolo. Ma, in realtà, basta una frequentazione sbagliata. Nel caso mio facevo politica e andavo all’università. È una cosa folle perché così il giudizio diventa arbitrario».

In secondo grado, l’assoluzione. «Marco Donat Cattin mi scagionò e venni assolto – continua Petrilli – Allora avviai le pratiche per la riparazione da ingiusta detenzione».

 

Il primo ostacolo fu il tempo. nel senso che i fatti risalivano a nove anni prima l’entrata in vigore del nuovo codice penale, che prevedeva i rimborsi per errori giudiziarie e ingiuste carcerazioni.

«Per questo feci una battaglia che vinsi» – spiega ancora Petrilli – Riuscimmo a far passare una legge nazionale che rendeva retroattivo il rimborso». Il secondo ostacolo venne rappresentato dal parere «discrezionale» dei magistrati. «La Corte d’appello di Milano e la Cassazione mi negarono il risarcimento per i sei anni che avevo passato dietro le sbarre. Non solo. Mi condannarono anche a pagare le spese processuali».

 

Il motivo? Semplice: dietro quelle definizioni di «colpa grave» e di «dolo» ci può essere di tutto. «Nel mio caso dissero che avevo tratto in inganno gli inquirenti frequentando persone di un certo tipo – precisa Petrilli – È una normativa assurda, che non esiste nel resto dell’Unione europea. E il 70 per cento delle domande vengono rigettate con questa motivazione, com’è accaduto per Calogero Mannino. Ma chi vive in quartieri particolari di Napoli o Palermo è normale che possa conoscere qualche pregiudicato. Che vuol dire?».

 

Ora Petrilli ha presentato, tramite il suo legale Francesco Caterini, un ricorso alla Corte di Strasburgo.«Ma quel comma andrebbe abolito – conclude lui – Dà la possibilità ai giudici di decidere in base a unc riterio morale, su chi frequenti. Ma se io sono stato assolto, perché non rispettano la sentenza e basta. E perché i magistrati non pagano mai?»

 

(fonte: Maurizio Gallo, il Tempo, 15 settembre 2013)