La malagiustizia: un trauma che incide sul fisico

Vittime di malagiustizia? La storia giudiziaria italiana è piena di sospetti su ex detenuti uccisi o feriti da malattie che sembrano innescate dallo stress del carcere, dal peso psicologico di accuse che si sono sgretolate in tribunale nel corso di processi con assoluzione finale.
Sugli innocenti, il trauma di esperienze giudiziarie può avere effetto devastante per la salute. Dalle cronache riemergono storie di personaggi di diversi settori. È il 1996, si conclude l’odissea di Vito Gamberale, padre della telefonia mobile in Italia, coinvolto nella vicenda degli appalti per i lavori del gruppo Telecom, in piena Tangentopoli. Il manager viene sbattuto in carcere, si ammala, perde peso. Un deperimento fisico generale, come se le sue difese immunitarie non riuscissero più a fare barriera. Lo salveranno gli arresti domiciliari.
Ha raccontato in un libro la sua storia Massimo Carlotto, condannato a 18 anni di reclusione per aver ucciso con 59 coltellate Margherita Mugello nel 1976. Si proclamò innocente ma per motivi tecnici legati all’ interpretazione dei codici penali la non colpevolezza non venne mai riconosciuta. Uscì dal carcere solo grazie a un certificato medico: «Gravemente ammalato di dismetabolismo».
E poi Enzo Tortora, finito in prigione nel 1983, tre anni dietro le sbarre per un errore, uno scambio di nome. Morì nell’ 88 di tumore. Le lettere scritte e raccolte in un libro dalla figlia Silvia testimoniano la sua tortura.
«Ridotto a pensionato Enpals, tagliato fuori dal giro dello spettacolo, sopravvivo con i diritti d’ autore delle mie canzonette» raccontava Lelio Luttazzi il giorno dell’ ottantesimo compleanno. Nel 1970, la sua carriera venne stroncata da quella che sarebbe risultata una «svista» giudiziaria. Accusato, con Walter Chiari, di essere coinvolto in un giro di droga fu scagionato con formula piena dopo aver sperimentato la perdita della libertà. Decise di eclissarsi. Indebolito, abbandonato dalla voglia di tornare sul palcoscenico.
Ammalarsi di malagiustizia, fenomeno studiato dalla comunità scientifica. «Ne sono profondamente convinto, c’è stretta correlazione tra traumi psicologici e patologia. Se il trauma è giudiziario e si accompagna alla non colpevolezza, le conseguenze sono ancora più deleterie» è certo Attilio Maseri, il noto cardiologo dell’ ospedale San Raffaele. Per quanto riguarda il cuore, non esistono prove né si conosce il meccanismo che ne determina il cedimento. «Le vittime nella maggior parte dei casi sono persone che, quando salgono sul banco degli imputati, vengono abbandonate e non trovano sostegno sociale. Gli amici voltano le spalle, il vuoto attorno a loro» continua Maseri. E ricorda un episodio accaduto due anni fa in Giappone. Diversi casi di insufficienza cardiaca, successivi a eventi negativi della vita personale. Persone ricoverate in ospedale per sospetto infarto. Un’area del cuore, l’apice, aveva smesso di contrarsi. Dopo tre o quattro giorni il muscolo cardiaco riprende la normale attività. Non si trova traccia di necrosi né di aterosclerosi. L’unico filo che unisce questi pazienti è l’aver incassato nei giorni precedenti forti stress emotivi. Non tutti reagiscono ai traumi nello stesso modo. Dipende dalle fasi della vita, dall’ età, dalla vulnerabilità personale.
(Fonte: Corriere della Sera, 6-9-2007; di Margherita De Bac)