Assolto per rapina, chiedono a lui di risarcire il bottino: 500 mila euro

Vittorio Gallo Rocco Marsiglia
Vittorio Gallo (seduto) con il suo avvocato Rocco Marsiglia (foto di Alex Marchese)

Vita triste di un dipendente delle Poste, ingiustamente considerato il basista di una rapina a Roma, allo sportello presso cui lavorava. Un «colpo» con il quale, è risultato poi in una sentenza penale definitiva, non c’entrava nulla. Per questo Vittorio Gallo, che oggi ha 57 anni e un’invalidità al 100 per cento, non l’avrebbe immaginata nemmeno nel peggiore degli incubi, quella condanna per danno erariale di oltre mezzo milione di euro che gli è piombata sul collo l’altro giorno. L’impiegato credeva che il suo calvario giudiziario durato 13 anni fosse terminato con la sentenza d’appello che nel 2011 l’aveva completamente scagionato per quelle due rapine, nel 1996, ad altrettanti uffici postali. «Colpi» mai commessi, per i quali venne arrestato l’anno successivo e condannato in primo grado nel 2004. Giudizio ribaltato in secondo: «Assolto per non aver commesso il fatto».

RISARCIMENTO PARI AL «BOTTINO» – Ora la vicenda, strana e terribile a seconda dei punti di vista, si riapre con la sentenza emessa dalla Corte dei Conti depositata nella cancelleria della sezione giurisdizionale del Lazio il 19 settembre. Il risarcimento chiesto è di 557.167 euro: all’incirca il «bottino» dei due colpi, mai più rivisto. Un provvedimento che riguarda il solo Vittorio Gallo, dipendente delle Poste a lungo impiegato allo sportello di via di Bravetta, quartiere Portuense di Roma, uno dei due presi d’assalto. L’uomo era considerato il «basista» di quella che venne subito appellata la «banda degli onesti». Almeno un paio erano insospettabili.

«LA GANG DEGLI ONESTI» – Uno di loro era Vittorio Gallo, appunto: ministeriale, apprezzato dai colleghi come sindacalista. E anche Bruno Del Moro, 0ggi cinquantaseienne autista dell’azienda di trasporto pubblico di Livorno. Più tribolata la vita di Franco Fuschini, ferrarese, 59 anni: arrestato per altre rapine a Bologna, all’epoca usufruiva di un programma di protezione ottenuto con le sue rivelazioni su un traffico di droga legato ai cartelli colombiani. Infine Giorgio Mariotti, romano di 42. Tutti condannati in primo grado tra i quattro e i sei anni.

 VITA STRAVOLTA – La vita di Gallo venne stravolta. «Dopo cinque mesi di custodia cautelare in carcere ne uscì per scadenza dei termini restando altri sette mesi ai domiciliari – è il riassunto che fa l’avvocato Rocco Marsiglia, che ha difeso l’ex ministeriale in Appello -. Quando le Poste furono privatizzate, fu licenziato in tronco per venir meno del rapporto fiduciario». Gallo perse casa, lavoro e affetti. Una vita da ricostruire con lavoretti precari, alloggi trovati peregrinando ovunque, ostelli, Caritas, sotto i ponti. Non basta. Ora è in dialisi, e ha l’invalidità al 100 %. Poi quella sentenza che ha ribaltato la posizione penale dei quattro: tutti, proprio tutti, assolti dalla Corte d’Appello «per non aver commesso il fatto». Prove insufficienti, nessuno che avesse visto in volto i rapinatori. Intercettazioni traballanti (e anche prive della perizia fonica, per cui irrilevanti). Ingiustizia compensata nello scorso anno, con provvedimento della Corte d’Appello di Roma, con un risarcimento versato all’impiegato pari a 75 mila euro.

 «IGNORATA PRESUNZIONE D’INNOCENZA» – Quel che però lo Stato ha ridato a Vittorio Gallo con quell’indennizzo, ora lo chiede indietro, pesantemente maggiorato. Un errore? L’avvocato Marsiglia sostiene che «i giudici della Corte dei Conti si sono basati solo sulla sentenza di primo grado, quando per ragione di economia e soprattutto di buon senso sarebbe stato il caso di attendere l’esito di quel processo. E’ stato completamente ignorato il principio di presunzione di innocenza».

 «BASISTA» – Nella sentenza della magistratura contabile, che si aggancia al dispositivo penale di primo grado, l’ex ministeriale resta considerato il basista di almeno una delle due rapine, quella commessa al Portuense. Avrebbe fornito le dritte giuste telefonando più volte ad altri della «banda degli onesti» – uno dei quali suo amico ,- sottratto e duplicato chiavi di accesso all’ufficio postale e «siliconato» una porta per impedirne la chiusura. Se poi Gallo è stato contumace nell’intero procedimento «è perchè aveva perduto lavoro e casa. Non aveva più un domicilio stabile. Una vicenda semplicemente agghiacciante».

 

(fonte: Alessandro Fulloni, Corriere della sera, 26 settembre 2013)

 

ultimo aggiornamento: 2 ottobre 2013

 

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