Perché Sollecito non è stato risarcito per ingiusta detenzione

Raffaele Sollecito

Raffaele Sollecito

Raffaele Sollecito non ha diritto alla riparazione per ingiusta detenzione. Non potrà insomma essere risarcito per i 4 anni trascorsi in carcere con l’accusa di aver ucciso Meredith Kercher, nonostante sia stato assolto con sentenza definitiva. I giudici della Corte d’appello di Firenze, infatti, hanno respinto la richiesta di 516 mila euro presentata dai suoi legali.

Pur riconoscendo che nei confronti di Sollecito c’è stata in effetti una ingiusta detenzione, i magistrati hanno sottolineato che non sussistono le condizioni perché lo Stato riconosca nei suoi confronti un indennizzo. “Non hanno tenuto conto della sentenza della Cassazione che mi ha definitivamente assolto da tutte le accuse”, ha commentato Sollecito, “questa aveva infatti rilevato che ci sono state gravi omissioni e defaillance degli investigatori e dunque c’erano precise responsabilità nella fase delle indagini. “Credevo di aver vissuto le pagine più nere della giustizia italiana, ma nonostante la Cassazione mi abbia dichiarato innocente, devo prendere atto che la mia durissima detenzione sarebbe giustificata”.

I legali hanno già annunciato che presenteranno un ricorso in Cassazione, ma intanto vale la pena di capire la ragione per cui la sua richiesta è stata bocciata.

 

Secondo la sentenza che ha rigettato l’istanza di riparazione per ingiusta detenzione, infatti, le dichiarazioni rilasciate da Sollecito nel corso del procedimento avrebbero indotto “i vari giudici dapprima a emettere e poi a mantenere una misura cautelare detentiva a suo carico, apparendo evidente che una diversa condotta, che avesse evitato dichiarazioni contraddittorie o palesemente false, ovvero che avesse fornito una immediata spiegazione delle loro incongruità rispetto alle diverse emergenze dalle indagini, avrebbe evitato il nascere o il consolidarsi del sospetto della materiale partecipazione del Sollecito all’omicidio della giovane Meredith Kercher o quanto meno avrebbe consentito una diversa valutazione della sua pericolosità rispetto a quella che motivò l’emissione e lungo mantenimento della massima misura cautelare”.

 

Tradotto: le parole di Sollecito, nel corso degli interrogatori cui è stato sottoposto nella fase iniziale delle indagini, non sono state di aiuto ai giudici che di volta in volta si è trovato davanti. Non solo: sono state contraddittorie o addirittura chiaramente false. E lui non ha mai fatto nulla per spiegare il perché.

Diciamolo subito: la decisione della Corte d’appello si basa su una precisa norma del codice di procedura penale, l’art.314, lo stesso che disciplina l’istituto della riparazione per ingiusta detenzione. Il suo primo comma è questo:

 

“Chi è stato prosciolto con sentenza irrevocabile perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, ha diritto a un’equa riparazione per la custodia cautelare subita, qualora non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave”.

 

E sta proprio nell’ultima parte (“qualora non vi abbia dato o concorso a darvi causa…”) l’aspetto più importante per il discorso che stiamo facendo: non ha diritto a essere risarcito chi ha in qualche modo contribuito a far sbagliare i suoi giudici in modo intenzionale o in seguito a un suo comportamento negligente. Gli esempi possibili sono diversi e tutti comprensibili: l’imam accusato di terrorismo la cui ingiusta detenzione non viene risarcita perché scaricava sul suo computer materiale propagandistico inneggiante alla Jihad; l’accusato di detenzione abusiva di pistola in carcere ingiustamente, ma non risarcito perché frequentava assiduamente esponenti di cosche mafiose con pesanti precedenti penali.

C’è però un altro aspetto che rende questa parte dell’art.314 del codice di procedura penale motivo di discussione tra gli addetti ai lavori: negli ultimi anni le Corti d’appello tendono a darne un’interpretazione molto restrittiva, che aumenta inevitabilmente il numero di istanze di indennizzo respinte. Non esistono stime ufficiali, ma sembra che sia utilizzata per rigettare la metà di tutte le domande presentate per ottenere l’indennizzo. Se dunque sono circa 1000 ogni anno quelle accolte, dobbiamo calcolarne almeno altrettante che non hanno fortuna: 2000 persone che risultano uguali tra loro davanti alle legge perché riconosciute innocenti con la formula più ampia (perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto come reato); ma che nello stesso tempo sono diverse tra loro perché solo la metà ottiene un risarcimento dallo Stato.

 

Tutto sta nel modo in cui quelle ultime due righe dell’art.314 primo comma vengono interpretate dai giudici: se nel concetto di colpa grave o dolo vengono fatte rientrare anche condotte del tutto comprensibili per un imputato che sa di essere innocente ed è per questo doppiamente spaventato (restare in silenzio durante un interrogatorio, ricordare gli eventi in modo frammentario o anche contraddittorio), oppure comportamenti solo in apparenza discutibili (conoscere anche indirettamente persone dalla fedina penale non immacolata), è chiaro che il numero di richieste di risarcimento respinte sarà sempre più alto. A tutto vantaggio delle casse dello Stato, che non sarà costretto a versare troppi indennizzi per l’abnorme quantità di errori, superficialità, mancanza di professionalità che il più delle volte avrebbero potuto essere evitati.

 

(Valentino Maimone e Benedetto Lattanzi)

 

 

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