NOSTRA ESCLUSIVA – Intervista a Barry Scheck, co-fondatore di Innocence Project

Barry Scheck con i fondatori di Errorigiudiziari.com

Trecentocinquantuno condannati da innocenti con sentenza definitiva, tirati fuori dal carcere. Venti dei quali, dal braccio della morte. Centocinquanta veri colpevoli individuati. È per numeri come questi che Barry Scheck, 68 anni, originario di New York, può essere definito a pieno titolo tra i massimi esperti di errori giudiziari al mondo. Avvocato di fama internazionale (era nel “dream team” di legali che difese OJ Simpson), docente universitario, Scheck è il co-fondatore di Innocence Project, la più prestigiosa e autorevole organizzazione non profit del pianeta: da 25 anni libera gli innocenti dal carcere grazie al test del Dna.

A Roma per il primo convegno internazionale sugli errori giudiziari, organizzato dal professor Luca Luparia, docente di procedura penale all’Università Roma 3 e direttore di Italy Innocence Project, Scheck accetta volentieri di parlare della sua esperienza e della situazione negli Usa e in Europa, con un occhio anche all’Italia.

Cosa la spinse a occuparsi di innocenti in carcere?

Sono nato in una famiglia da sempre molto sensibile ai diritti civili. Ho lavorato per un sindacato dei lavoratori agricoli, ho militato nei movimenti contro la guerra. E le prime cause furono come avvocato d’ufficio nel Bronx, difendevo povera gente accusata di reati anche gravissimi. Diventare professore universitario di diritto penale mi portò a occuparmi del test del DNA, prima ancora che le corti di giustizia lo ammettessero come prova forense. Lavorando fianco a fianco con gli esperti di biologia molecolare mi resi conto dell’enorme potenziale che aveva per scagionare un innocente.

È davvero così efficace?

Nel 2009 l’Accademia americana delle scienze ha stabilito che il test del DNA è la sola prova scientificamente inconfutabile, rispetto a tutte le altre di solito prese in considerazione: impronte digitali, perizie balistiche, grafologiche, analisi sui capelli, impronte dentali e via dicendo. Io e il mio collega Peter Neufeld lo avevamo intuito vent’anni prima. Ci eravamo resi conto che nel sistema penale americano c’erano problemi seri con l’affidabilità delle testimonianze oculari e degli interrogatori, ma soprattutto che ogni altro elemento preso in considerazione dalla scienza forense non aveva in realtà una rigorosa base scientifica aveva invece il test del DNA. Decidemmo di fare qualcosa: nel 1992 fondammo Innocence Project.

Come si diventa un punto di riferimento, anche per i giudici, in un settore così delicato?

E pensare che nei primi tempi i procuratori non volevano consentire la nostra presenza in giudizio né tantomeno ammettere il test del DNA: erano perfettamente consapevoli che avrebbe potuto svelare i loro errori. Del resto è normale che un giudice sia restio ad ammettere i propri sbagli, credo sia un problema anche per il sistema giudiziario italiano e degli altri Paesi europei. Ci sentivamo dire che individuare un colpevole è più importante della giustizia astratta. Ma avevamo la scienza dalla nostra parte: se sei in grado di provare che c’è un innocente dietro le sbarre e nello stesso tempo puoi dimostrare che qualcun altro ha commesso il reato, prima o poi hai la meglio.

C’è stato un momento in cui le cose sono cambiate?

Nel 2007. Craig Watkins, un procuratore afroamericano eletto a Dallas, consentì per la prima volta a Innocence Project di accedere a tutti i vecchi casi per rianalizzarli alla luce dell’esame del DNA. L’impatto di quella decisione fu enorme: l’opinione pubblica cambiò atteggiamento ed ebbe subito più fiducia verso chi si era mostrato disponibile ad ammettere i propri errori. Gli altri uffici dei procuratori distrettuali cominciarono a prendere atto che confrontarsi con Innocence Project era possibile, finendo per rafforzare ancora di più la nostra credibilità.

In 25 anni di errori giudiziari c’è un caso che le è rimasto impresso più degli altri?

Abbiamo visto passare così tante tragedie sotto i nostri occhi, che è difficilissimo fare classifiche: innocenti rimasti in carcere per 20 o 30 anni e oltre, famiglie distrutte, sofferenze impossibili da descrivere. Una delle storie che ricordo con più emozione è la storia dei fratelli Waters: Kenny, accusato di un omicidio mai commesso, tentò più volte il suicidio. La sorella Betty Anne non sapeva più come fare per dissuaderlo, finché lui le disse: “Smetterò soltanto se diventerai tu il mio legale”. Lei, pur essendo ragazza madre, si laureò in legge mentre faceva la cameriera, poi diventò avvocato e assunse la difesa del fratello. Con l’aiuto di Innocence Project, riuscì infine a dimostrare che il sangue considerato prova regina della colpevolezza, non apparteneva a Kenny. E lui tornò libero dopo 18 anni. Una storia così pazzesca da diventare un film (“Conviction”, con Hillary Swank, ndr).

Com’è il ritorno alla vita normale per chi ha subito un errore giudiziario?

La cosa che più sorprende quando queste persone riescono a uscire dal carcere, è l’incredibile calma che riescono a mostrare all’esterno, nonostante le ferite che si portano dentro. Per tutti gli altri è inspiegabile, ma la verità è che le vittime di un errore giudiziario maturano una forma di saggezza proprio perché hanno superato una prova così tremenda. Ed è la caratteristica che ne fa i testimonial ideali di Innocence Project negli Usa  e nel mondo: ascoltare i loro racconti dal vivo è il modo migliore per far capire cosa vuol dire subire un errore giudiziario.

Sapeva che ogni anno in Italia circa mille persone finiscono in carcere innocenti e per questo vengono risarcite dallo Stato?

È un numero altissimo, che bisognerebbe trasformare in una risorsa: analizzato nel dettaglio, aiuterebbe a capire meglio i motivi per cui si verificano gli errori e a non commetterli più. In un errore giudiziario non c’è mai un solo responsabile, se non altro perché una o più persone avrebbero dovuto fare di tutto per evitarlo, ma evidentemente non lo hanno fatto.

 

(Benedetto Lattanzi & Valentino Maimone)

 

(questa intervista è stata pubblicata su Il Venerdì di Repubblica, 1 dicembre 2017)

 

Commenta