“Meno errori giudiziari? Vi spiego come si dovrebbe fare”

“Il vostro lavoro con Errorigiudiziari.com? Non è soltanto utile, è indispensabile. Negli Usa abbiamo il National Registry of Exonerations, che ha aiutato moltissimo a capire il motivo degli errori giudiziari e a individuarne le vere cause. Vi auguro di riuscire a fare lo stesso: sarebbe una grande opportunità per il sistema giudiziario italiano, perché potrebbe imparare dagli sbagli commessi”. Per capire l’importanza di un complimento del genere, basta dare un’occhiata in breve al suo curriculum: Brandon L. Garrett insegna dal 2005 procedura penale alla University of Virginia School of Law, negli Stati Uniti. I suoi studi e i suoi libri sugli errori giudiziari, sull’efficacia del test del DNA come strumento per scagionare gli innocenti in carcere, sulle scienze forensi, sull’inaffidabilità della memoria dei testimoni oculari, sono da anni ormai citati e utilizzati ai più alti livelli della giustizia americana. Lo abbiamo intervistato in esclusiva, in occasione del primo convegno internazionale sugli errori giudiziari che si è tenuto a Roma, organizzato dal professor Luca Luparia, direttore di Italy Innocence Project e docente di procedura penale nell’ateneo romano.

 

Professor Garrett, quali sono le cause principali degli errori giudiziari?

Sono tante, ma quelle che contano più di tutte le altre sono tre: anzitutto l’inaffidabilità dei testimoni oculari, perché la memoria delle persone e il modo con cui si ricordano i volti, l’abbigliamento e il comportamento dei presunti colpevoli, è molto labile e soggetta a errori e condizionamenti. Poi ci sono le false confessioni, attualmente un problema enorme negli Stati Uniti: pur di sottrarsi a interrogatori lunghissimi ed estenuanti, talvolta eseguiti con tecniche di pressione psicologica molto ficcanti, un innocente può arrivare ad autoaccusarsi di qualcosa che non ha commesso. E ancora: nessuna delle prove forensi oggi tenute in considerazione è scientificamente certa, così come molto spesso gli esperti che si pronunciano su di esse si attengono solo a proprie valutazioni discrezionali. Solo il test del DNA, a oggi, è scientificamente attendibile.

 

Tra Stati Uniti ed Europa, è diverso il modo di fronteggiare gli errori giudiziari?

Se le cause sono le stesse in qualunque parte del mondo, a essere diversi sono i sistemi giudiziari: negli Stati Uniti pochi casi finiscono a processo, in Italia e nella maggior parte d’Europa c’è invece un sistema inquisitorio in cui conta la valutazione individuale del giudice. Dunque una delle principali differenze è che negli Usa ci si preoccupa del rischio che le prove possano confondere i giurati o del fatto che i giurati quasi mai sono esperti nella valutazione delle prove.

Nell’Europa o nei Paesi con un sistema inquisitorio c’è molta meno ansia sulla qualità delle prove, perché si parte dal presupposto che i giudici siano in grado di distinguere tra prove buone e prove non buone. In realtà sappiamo che se le prove sono contaminate, non c’è verso per il giudice di distinguere il vero dal falso, a prescindere da quanto egli sia preparato e competente.

 

Quali sono i rimedi più efficaci per evitare che un innocente possa finire in carcere?

Da un punto di vista delle procedure, è fondamentale che tutti i Paesi si dotino di strumenti che consentano la riapertura di casi chiusi quando si scoprono nuove prove di innocenza del condannato. Ci sono modi diversi per farlo, a seconda dei vari sistemi giudiziari, ma ciò che conta è che deve esserci un modo per correggere gli errori. Proprio come accade nel sistema inquisitorio, in cui c’è una maggiore propensione all’accuratezza e a riprendere in considerazione vicende giudiziarie concluse.

 

In Italia per le vittime di ingiusta detenzione o errori giudiziari c’è la possibilità di ottenere un risarcimento, a differenza che nella gran parte degli Usa.

Risarcire è sicuramente un elemento molto positivo, ma in realtà, quando una persona è stata in carcere da innocente, c’è molto poco che si possa fare per riparare a quello che ha vissuto: si può anche prevedere un risarcimento, ma la sua vita non sarà mai più la stessa. L’unica arma vera resta la prevenzione: proteggersi contro gli errori prima che accadano.

 

Come si può fare in concreto?

Ci sono diverse possibilità, ma almeno tre sono molto importanti. Anzitutto bisognerebbe rendere le prove più facilmente documentabili da parte degli investigatori, usando video e registrazioni per gli interrogatori, in modo da rendere il loro lavoro più imparziale e meno a rischio di condizionamento sull’indagato o su un testimone oculare. In secondo luogo si dovrebbe fare in modo che le indagini siano più serie e affidabili dal punto di vista scientifico: negli Usa, per esempio, si cerca di limitare il più possibile le informazioni che non sono rilevanti e che potrebbero condizionare l’esperto forense. Tutto quello di cui deve preoccuparsi un consulente, insomma, sono le impronte digitali o il calco dei denti su cui sta lavorando, non gli serve di sapere che la persona ha già confessato o quanto sarebbe importante per la polizia che una certa prova coincidesse con quello che gli investigatori si aspettano. Il ruolo degli esperti chiamati a collaborare col giudice è essenziale: valutare la competenza dei consulenti forensi a priori, in modo da sapere se e quanto saranno effettivamente all’altezza del loro compito, può voler dire meno innocenti in carcere.

 

Professor Garrett, sapeva che ogni anno in Italia 1.000 persone vengono risarcite dallo Stato per essere stati in carcere da innocenti?

In effetti è davvero un numero molto alto, ma almeno si tratta di custodie cautelari e non di innocenti condannati con sentenza definitiva. È molto più difficile correggere gli errori se c’è già stata una condanna.

 

Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone

 

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