Primo piano     Pubblicata il 22 gennaio 2018

“Gli errori giudiziari del passato devono indurre il giudice all’umiltà”

Alessandro Galante Garrone viene considerato a pieno titolo uno dei padri della Repubblica. Storico, scrittore, magistrato, militante della Resistenza, tra i fondatori del Movimento d’azione “Giustizia e Libertà”. Il pensiero di Alessandro Galante Garrone sul grande tema degli errori giudiziari è ancora oggi attualissimo. Lo prova, tra le tante testimonianze, questo suo scritto che pubblichiamo qui di seguito uscì per la prima volta sul quotidiano torinese “La Stampa” oltre mezzo secolo fa, il 24 gennaio 1961. Come potrete constatare direttamente, si tratta di un esempio lucido e potente di come fosse già ben chiara già da allora la necessità di tutelare gli innocenti dai pericoli di una cattiva giustizia, di una sua amministrazione superficiale, di un cedimento al protagonismo di certi magistrati e di un sensazionalismo dei media. Grazie a una mente illuminata com’è stata quella di Alessandro Galante Garrone.

 

Alessandro Galante Garrone

Alessandro Galante Garrone

“Forse non tutti i lettori ricordano che la nostra Costituzione dice all’art. 28: «La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari»; e che questa legge, voluta dalla Costituzione, è stata finalmente votata dal Parlamento alcuni mesi fa. Un altro passo avanti è stato compiuto; troppo piccolo, timido, avaro, dicono alcuni. Ma non di questo vogliamo qui discutere. Intanto, da noi e altrove, Costituzioni e leggi, nel parlarci dell’errore giudiziario, ci rammentano una verità elementare, ma su cui conviene riflettere. Esso non è una mostruosità di altri tempi, o un’eventualità remota: è sempre lì in agguato, incombe sul capo di ognuno di noi. E sempre incomberà, fin che la giustizia sarà quel che non potrà mai non essere: una tremenda opera di approssimazione al vero. Gli scarti, le deviazioni, gli errori saranno sempre possibili.

Questa perenne attualità dell’errore giudiziario non toglie che sia utile volgersi ogni tanto a considerare il cammino percorso negli ultimi secoli: non solo per rallegrarsi dei progressi compiuti, che sono immensi, ma per trarne qualche ammaestramento, e scorgere quel che, da un secolo all’altro, si trasmette e si perpetua, alimentando l’errore a dispetto d’ogni progresso. In ciò risiede l’interesse dell’ultimo numero speciale della rivista “Crapouillot”, dedicato agli errori giudiziari dall’Antico Regime ai nostri giorni.

Crapouillot erreurs judiciaires

Il numero della rivista “Crapouillot” dedicato agli errori giudiziari

Una verità emerge nettissima la prima matrice dell’errore giudiziario è la soppressione dell’oralità e della pubblicità del processo, il segreto dell’istruttoria, la esclusione del difensore. Come diceva un grande magistrato del Settecento, Dupaty, bisogna impedire che i giudici, nelle tenebre delle procedure criminali, siano «padroni d’imbiancare il colpevole o annerire l’innocente a piacimento». Questa luce nelle tenebre è stata introdotta a poco a poco.

Ancora alla fine dell’Ottocento, in Francia, il dossier non era comunicato ai difensori. Certo, si è fatto molto cammino da quando tutto il processo si svolgeva “huis clos”, e l’imputato era in balia degli sbirri, del carnefice e del giudice. Oggi, molte garanzie della difesa sono state conquistate. C’è addirittura, nel nostro ambiente giudiziario, chi pensa che esse siano eccessive, e causino rallentamenti e intralci nelle procedure, e servano perfino a, imbrogliare le carte, a osta colare la ricerca del vero. Bisogna prendere netta posizione contro queste preoccupazioni. Sempre, contro ogni riforma, contro ogni moto di effettivo progresso, si è addotto l’argomento dell’ignoranza o del diffuso malcostume (come, ad esempio, per l’introduzione del suffragio universale). Può darsi che qualche disonesto difensore abusi delle garanzie della difesa. Ma questi sono i rischi connessi a ogni riforma. I vantaggi — e principalmente quello di prevenire l’errore giudiziario, la condanna dell’innocente — sono infinitamente superiori. E se qualcosa c’è ancora da fare, è se mai estendere e irrobustire quelle garanzie. Alla radice dell’errore, c’era dunque, un tempo, il potere assoluto del giudice. Il magistrato dell’Antico Regime aveva il diritto di «fare delle esperienze sul suo prossimo», di mandarlo alla tortura e alla morte. Ciò che indigna le nostre coscienze, ancor più della crudeltà, è la stupidità delle procedure, il valore attribuito alle confessioni estorte con la tortura. «E’ una giurisprudenza da antropofagi », diceva Voltaire.

Tra queste usanze barbare e nefande, l’errore giudiziario prosperava; e la storia ce ne tramanda molti esempi memorandi. Ma ancor più che nelle istituzioni, il male si annidava nell’animo stesso del giudice. Ed è questo, sempre, il male più difficile da estirpare. Gli errori giudiziari sono, per definizione, commessi in buona fede (che altrimenti dovrebbero dirsi delitti); sono il » frutto di un’orgogliosa convinzione di verità. Essi nascono per lo più da qualcosa di patologico, che inavvertitamente si insinua nel giudizio. E questo qualcosa sono i pregiudizi, le passioni, gli interessi: o della casta dei giudici, o della classe sociale a cui essi appartengono, o della collettività. Nel Settecento, andò famoso il processo che costò la vita a Jean Calas, un ugonotto di Tolosa, accusato dalla voce pubblica di avere ucciso il figlio primogenito che voleva farsi cattolico Voltaire ebbe sentore dell’iniquità della condanna e, dal suo esilio di Fernev, non si dette pare fino t a che non ottenne che. con la revisione del processo, venisse ri conosciuta l’innocenza dell’infelice Calas. Perché Voltaire si era presa tanto a cuore la causa di questo sconosciuto? «Perché sono un uomo», diceva; per affermare le ragioni dell’umanità al risopra di ogni pregiudizio stolto E quando si giunse alla revisione, e al postumo riconoscimento dell’innocenza, egli esultò: C’è dunque una giustizia sulla terra. Gli uomini non sono tutti dei malvagi bricconi, come si usa dire.

Ancora più famoso il processo dell’Affaire Dreyfus, verso la fine del secolo scorso. I sette giudici che condannarono l’ufficiale israeliano, erano in buona fede. Ma su loro pesava un pregiudizio anti semita; e lo stesso orrore per supposto tradimento dell’onor militare finì per accecarli, li spinse frettolosamente alla condanna; come più tardi rallentò, in molti militari e uomini politici della Terza Repubblica, la giusta opera di riparazione. Anche qui orgoglio e pregiudizio furono alla base dell’errore. Così nasce, nella storia degli uomini, la sentenza scandalo; e questa insidia sempre si ripresenta, in ogni processo grande o piccolo, civile o penale. La meditazione degli errori del passato dovrebbe indurre il giudice all’umiltà, e ricordargli la verità del detto di Montaigne, che «ci sono sentenze più delittuose del delitto».

Jean de La Bruyère

Jean de La Bruyère, scrittore francese del XVII secolo.

Un’altra fonte di errore è in una certa deformazione professionale di molti giudici, che li porta ad assumere l’accusa come un teorema da dimostrare piuttosto che come un’ipotesi da verificare. Scrivevano due autori  francesi che ai magistrati dell’Antico Regime «manca una qualità che, in altri uomini, può diventare un difetto, ma che dovrebbe essere la virtù sovrana del giudice: l’inquietudine dello spirito, la quale fa sì, come dice Renan, che dopo aver cercato il vero lo si cerchi ancora. Ma una grande parrucca e un manto di porpora rendono infallibile l’uomo ». Potremmo ancora accennare, tra le cause di errore, al premere dell’opinione pubblica e anche all’influenza di certa stampa. Ma vogliamo infine avvertire che, in un senso lato, è errore giudiziario non soltanto la condanna dell’innocente, ma anche l’assoluzione del colpevole. Dicevano i vecchi criminalisti: è meglio che periscano degli innocenti, piuttosto che vada impunito un solo colpevole. Noi abbiamo sempre pensato il contrario. E ci conforta in questa convinzione un detto di La Bruyère : «Un colpevole punito è un esempio per le canaglie, un innocente condannato è cosa che riguarda tutti gli onesti».

Alessandro Galante Garrone

 

(fonte: la Stampa)

 

Ultimo aggiornamento: 24 gennaio 2018