Francesca Scopelliti: “Non perdono Diego Marmo”

Francesca Scopelliti, la compagna di Enzo Tortora, al suo fianco durante tutta la sua tragica vicenda giudiziaria che rese il presentatore uno degli errori giudiziari più gravi della storia italiana, respinge le scuse di Diego Marmo. Al pm che fece condannare Tortora definendolo “un cinico mercante di morte”, “eletto con i voti della camorra”, non crede. E in questa intervista rilasciata al quotidiano “Il Garantista”, spiega bene il perché.

 

«Non posso perdonare Diego Marmo perché ha contribuito all’omicidio di Enzo Tortora. Il mio giudizio su di lui resta invariato. Non deve chiedere scusa soltanto alla famiglia ma a tutti gli italiani. Se mai volesse fare un autentico atto di contrizione che testimoni della sua onestà, si dimetta da assessore alla Legalità di Pompei». Francesca Scopelliti, compagna di Enzo Tortora che seguì il presentatore nel suo calvario giudiziario, e poi nella sua battaglia di giustizia tra i Radicali, ha il tono fiero e dolente di una donna che non si è ancora arresa alla perdita e all’ingiustizia. Ed è così che respinge le scuse ai familiari, che l’ex pm Diego Marmo ha voluto affidare alle colonne del Garantista.

 

Le scuse di Marmo sono state un atto coraggioso, è la prima volta a memoria d’uomo per un pm, qui in Italia. Reputi il pentimento insincero?

Voglio sperare che queste scuse attenuino il suo problema di coscienza. Ma rimane il fatto che non posso perdonarlo perché reputo questo pentimento tardivo e insufficiente. Non basta un gesto come questo a riabilitarlo. Quello che ha fatto non si cancella.

 

Prova ancora molta rabbia nei suoi confronti.

Non si tratta soltanto della mia rabbia ma di quella di un intero Paese. È anche agli italiani che Marmo deve chiedere scusa. Ha contribuito all’omicidio di Enzo Tortora, e per quanto mi riguarda dovrebbe ritirarsi a vita privata, invece che fare l’assessore alla Legalità: è un ossimoro.

 

Trova sconveniente che gli sia stata offerta la nomina, o che l’ex pm l’abbia accettata?

Vorrei chiedere al sindaco Uliano: nominerebbe mai assessore ai Lavori pubblici un ingegnere che ha costruito un ponte che è crollato il giorno dopo l’inaugurazione? Marmo ha calpestato il diritto con una protervia inaudita. E queste scuse, per certi versi mi lasciano perplessa.

 

A che cosa si riferisce?

Marmo non si limita a scusarsi, ma sembra puntare oggi il dito contro Di Persia e Di Pietro. Eppure si dimentica che fu lui stesso a definire l’istruttoria dei suoi colleghi di Napoli come “divina, incartata puntigiosamente, un lavoro perfetto e inattaccabile svolto in tempi brevi”. Troppo facile sfilarsi via così dopo trent’anni.

 

Mette in dubbio anche la buona fede quindi?

Delle due l’una: o l’istruttoria era ”divina” e per lui fu giocoforza chiedere la condanna di Tortora, oppure, come credo, ci fu un disegno preciso volto a inquisire un innocente. Le sue parole mi danno conferma di ciò che è sempre stato creduto da molti: la sentenza in primo grado era già scritta prima ancora di arrivare in dibattimento. E Marmo agì da feroce mattatore di una farsa vergognosa dal finale già scritto.

 

Che cosa la ferì di più allora, della requisitoria del pm?

Ce lo ricordiamo ancora tutti, Diego Marmo. In piedi, con le sue bretelle rosse, la sua spocchia quasi spagnolesca e la bava alla bocca. Si comportò da giustiziere della notte. Trattò Enzo come un nemico da abbattere, agendo da feroce mattatore di un processo farsa in cui la sentenza era già stata scritta.

 

Ha ammesso che usò termini impropri e che si fece prendere dalla foga.

Non lo giudicò serenamente come imputato ma lo crocifisse come uomo con parole false e vergognose dettate da un protagonismo ancora impunito, e per definizione impunibile. Lo accusò di essere un camorrista, un ”cinico mercante di morte” eletto con i voti della malavita.

 

Su questa circostanza ha raccontato a Il Garantista che faceva riferimento a dati pubblicati sulla stampa.

Rispondo a Diego Marmo che dimentica un particolare ben impresso nella mia memoria.

 

Di che cosa parla?

Quando l’ex pm definì Enzo un ”cinico mercante di morte”, l’avvocato Coppola protestò e gli chiese di moderare i termini. E Marmo, per tutta risposta tuonò contro il legale: ”Lei difende un imputato che è diventato deputato con i voti della camorra!”. A quel punto Enzo restò sbigottito e disse che era un’indecenza. E per tutta risposta il pm lo accusò di oltraggio alla Corte chiedendo l’autorizzazione a procedere alla Corte di Strasburgo. Che naturalmente rigettò la sua richiesta.

 

Se non a perdonarlo, sarebbe disposta a incontrarlo?

Sarei disposta a un confronto in ogni momento. Un confronto sì.

 

In quel processo c’erano anche Di Persia e Di Pietro. Perché secondo lei è rimasto vivido soltanto il ricordo di Marmo?

Diego Marmo fu l’inarrivabile protagonista di quella storia. Fu proprio lui a teorizzare che se cadeva la posizione di Enzo Tortora si screditava tutta l’istruttoria”. Non si poteva ”fottere” l’inchiesta, bisognava ”fottere” Tortora.

 

Che cosa la fa arrabbiare di più di quella condanna di 30 anni fa?

Mi fa arrabbiare che il maxiblitz contro la camorra, senza Tortora, sarebbe crollato miseramente. Mi fa arrabbiare che l’unica colpa di Enzo era quella di essere innocente. E mi fa arrabbiare che me lo hanno fatto morire.

 

(fonte: Francesco Lo Dico, il Garantista, 29 giugno 2014)

 

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