La prevalenza del pregiudizio

Calogero Mannino errori giudiziari

Calogero Mannino

Perché non accettiamo mai un’assoluzione? Per quale motivo continuiamo a nutrire sospetti – spesso basati su convinzioni o sensazioni infondate, superficiali o infondate – anche quando a scagionare qualcuno è intervenuta una sentenza definitiva? Come mai consideriamo anche il più completo proscioglimento come un’opinione? Se lo chiede Michele Ainis sul Corriere della Sera, nel suo articolo dal titolo molto esplicito: “Assolti? C’è sempre un però…”. Sottolineando come questo atteggiamento sia una prerogativa tipica degli italiani. E portando a esempio un caso recente, quello dell’ex ministro Calogero Mannino, appena uscito da una vicenda giudiziaria che si è protratta per un quarto di secolo.

 

Ego te absolvo, sussurra il prete dietro la grata del confessionale. Ma se lo dice il giudice allora no, non vale. In Italia ogni assoluzione è un’opinione, per definizione opinabile o fallace; e d’altronde ogni processo è già una pena, talvolta più lunga d’un ergastolo. Ultimo caso: Calogero Mannino. L’ex ministro democristiano arrestato nel 1995 per concorso esterno in associazione mafiosa, prosciolto 25 anni più tardi dalla Cassazione, dopo una giostra d’appelli e contrappelli, dopo 22 mesi di detenzione, dopo la gogna e la vergogna. E adesso assolto di nuovo in primo grado nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Reazioni: sì, però… C’è sempre un però, c’è sempre una virgola della sentenza d’assoluzione che si lascia interpretare come mezza condanna (in questo caso l’insufficienza delle prove), o magari c’è una dichiarazione troppo esultante del prosciolto, un suo tratto somatico tal quale la smorfia di Riina, una corrente d’antipatia che nessun verdetto giudiziario riuscirà mai a sedare.

 

Soprattutto sul processo sulla presunta, molto presunta trattativa Stato-Mafia, sembra quasi che un’assoluzione conti ancora meno di quanto normalmente accade nella percezione che gli italiani hanno della giustizia.

Mannino sarà anche innocente, però non esageri, ha detto l’ex pm Antonio Ingroia in un’intervista a Libero. Lui invece esagera, come fanno per mestiere i romanzieri; e infatti ci ha promesso in dono un romanzo col quale svelerà le intercettazioni di Napolitano. Peccato che pure stavolta ci sia di mezzo una sentenza, oltretutto firmata dal giudice più alto. Giacché nel 2013 la Corte costituzionale – per tutelare la riservatezza del capo dello Stato – impose l’immediata distruzione dei nastri registrati, e dunque i nastri sono stati inceneriti, anche se nessuno può incenerire la memoria di chi li ascoltò a suo tempo. Come Ingroia, per l’appunto.
Risultato: la Consulta ha sancito l’innocenza «istituzionale» dell’ex presidente, l’ex magistrato ne dichiara la colpa. Risultato bis: anche in questo caso non conta il giudizio, conta il pregiudizio.

 

La prevalenza del pregiudizio. Si potrebbe definire così, quest’atteggiamento colpevolesco, manettaro e giustizialista dell’opinione pubblica italiana. Incapace di accettare che un individuo possa tornare a condurre una vita normale, dopo essere stato riconosciuto innocente anche dalla più pesante delle accuse.

 

Potremmo aggiungere molte altre figurine a quest’album processuale. Potremmo rievocare le maestre di Rignano: nel 2006 imputate di violenza sessuale sui bambini, assolte per due volte in tribunale, però sempre colpevoli secondo i genitori, tanto che hanno smesso d’insegnare. O altrimenti potremmo citare il caso di Raffaele Sollecito: assolto anche lui per il delitto di Perugia, dopo un ping pong giudiziario di 8 anni; qualche giorno fa vince un bando della Regione Puglia per creare una start up , e s’alzano in coro gli indignati. Insomma, alle nostre latitudini l’unica prova certa è quella che ti spedisce in galera, non la prova d’innocenza. E allora la domanda è una soltanto: perché? Quale virus intestinale ci brucia nello stomaco, trasformandoci in un popolo incredulo e inclemente?

 

Ci deve aver fatto male un passato colmo di errori giudiziari, ingiuste detenzioni, innocenti in carcere e colpevoli in libertà. Già, perché la giustizia italiana non è affatto nuova a vicende di malagiustizia.

 

Chissà, forse siamo colpevolisti perché abbiamo perso l’innocenza: la nostra, non la loro. Perché siamo vecchi e sfiduciati, dunque non crediamo più nei giudici come nei partiti, come nei sindacati, come nelle chiese. Perché la giustizia ci ha deluso, e in effetti la storia è costellata d’errori giudiziari. Però sono più i dannati dei salvati: Dreyfus (Francia, 1894), Sacco e Vanzetti (Usa, 1927), Girolimoni (sempre nel 1927, ma in Italia), Valpreda (1969), Tortora (1983). Altrettante vittime innocenti d’uno strabismo processuale, nonostante il doppio grado di giudizio, nonostante il riesame in Cassazione. Domanda: ma se una sentenza può sbagliare, perché a un certo punto diventa inappellabile? Risposta: perché la verità assoluta non è di questo mondo, perché dobbiamo contentarci di verità parziali, convenzionali. E perché il diritto tende alla certezza, non alla comprensione filosofica. Quando ci rifiutiamo di prenderlo sul serio, quando respingiamo i suoi verdetti, la nostra insicurezza diventa ancora più acuta.

 

Michele Ainis

 

(fonte: Corriere della Sera, 11 novembre 2015)

 

 

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