Beffa dopo il calvario giudiziario: lo Stato non difende il poliziotto assolto

Vincenzo Puliafito

Otto anni di odissea giudiziaria e di fango sulla divisa da poliziotto con l’accusa di aver ricevuto una mazzetta da Vittorio Emanuele di Savoia, poi l’archiviazione e la beffa finale: nessun rimborso delle spese legali, una mazzata da 143 mila euro che gli rimarrà sulla schiena per sempre.

 

Questa è la storia di Vincenzo Puliafito, 61 anni, una vita nella polizia e fino a dicembre 2010 comandante a Courmayeur del Nucleo binazionale alla frontiera del traforo del Monte Bianco con il grado di ispettore superiore. Coordinava gli agenti italiani e francesi nella sorveglianza di uno dei principali snodi da e verso il Nord Europa, fino al giorno in cui si è visto recapitare un avviso di garanzia e il mondo gli è crollato addosso. La mattina del 15 giugno 2006 si è risvegliato nel tritacarne dell’inchiesta avviata a Potenza dal pm Henry Woodcock: il magistrato, alla luce di un’intercettazione telefonica del segretario di Vittorio Emanuele di Savoia, lo accusava di aver intascato una mazzetta da mille euro per «chiudere un occhio» durante un controllo di frontiera lasciando transitare l’auto del principe che trasportava nel bagagliaio un fucile «clandestino».

 

L’episodio contestato dal pm Woodcock era datato 3 novembre 2005. Puliafito, nei giorni della bufera mediatica, ripeteva: «E’ un errore e lo dimostrerò». La sua tranquillità era tutta in un semplice pezzo di carta con il timbro «Ministero dell’Interno», che attestava come quel 3 novembre 2005 (e pure i giorni seguenti) l’ispettore Puliafito fosse in servizio a Bardonecchia come responsabile del sito olimpico. «Altro che “chiudere un occhio a Courmayeur” – sbotta -, ero a 200 chilometri di distanza». Ma il problema, per lui, è che la giustizia italiana ha impiegato un po’ di anni prima di accorgersi dell’errore, tra raffiche di udienze preliminari (nove), rinvii e riconvocazioni. Fino all’8 febbraio 2011 con la definitiva archiviazione dell’inchiesta, ad Aosta perché nel frattempo i giudici di Potenza avevano sancito pure l’«incompetenza territoriale».

 

Tutto finito? Macché. A quel punto Puliafito trasmette al ministero dell’Interno l’istanza per ottenere il rimborso delle spese legali: nasce un rimpallo di carte bollate, fino al definitivo «no» motivato da un parere dell’Avvocatura dello Stato: si sostiene che «la mansione di Puliafito non ha alcuna connessione con la condotta contestata in sede penale». E cioè: siccome non ti occupavi di controlli stradali, non puoi pretendere il rimborso delle spese legali per un’inchiesta in cui sei accusato proprio di aver «chiuso un occhio» in un controllo. «Sono stato rovinato economicamente e umanamente dalla giustizia e da Woodcock che non volle mai ascoltarmi, ma anche da uno Stato che ripaga così chi ha passato la vita a cercare di rendere onore a una divisa. Vi rendete conto dell’assurdità? Se io non fossi stato un poliziotto non sarei mai finito per errore in quell’inchiesta? Ora sono in pensione, ma ho una partita Iva, sono costretto a continuare a lavorare per pagare, anche se non è tanto l’aspetto economico che mi fa male, io sono nato povero e me ne vanto. Mi fa stare molto peggio l’umiliazione».

 

L’ispettore (che ha un figlio in polizia) ha rinunciato a proseguire la battaglia legale davanti al Tar: «Costerebbe altre migliaia di euro, chi me li dà?».

 

(fonte: Stefano Sergi, La Stampa, 4 gennaio 2014)

 

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