Un testimone si sbaglia e lui passa 9 mesi in carcere da innocente

Ha scontato dieci mesi di reclusione per una rapina che non ha mai commesso. Non era lui l’uomo che il 2 marzo dello scorso anno ha fatto irruzione al “Trilionaire”, sala slot di Spresiano, in provincia di Treviso. Lo ha stabilito ieri mattina il gup Angelo Mascolo sulla scorta delle indagini svolte dai carabinieri del Ris di Parma. In udienza preliminare però Antonio Fatone (difeso dall’avvocato Alessandra Nava del foro di Treviso), 31 anni, è stato condannato per detenzione di droga ai fini di spaccio. Pena, un anno di reclusione, che di fatto ha già scontato per una rapina cui non ha mai partecipato.

Il giudice Mascolo ha accolto in pieno la tesi difensiva. Il pubblico ministero Valeria Sanzari aveva richiesto una condanna a sei anni e otto mesi, al netto dello sconto di pena previsto dal rito abbreviato.

 

A “incastrare” Fatone era stato un testimone, che avrebbe riconosciuto in una fotografia il giovane sulla base del suo abbigliamento: un Woolrich, un paio di pantaloni della tuta grigi e un cappellino.

Le fotografie e i capi di abbigliamento sono finiti sul tavolo dei carabinieri del Ris, che hanno cercato di capire se quell’immagine ritraesse veramente Antonio Fatone. La sua vicenda giudiziaria ha avuto inizio da quel riconoscimento: i carabinieri lo hanno arrestato per la rapina al “Trilionaire”. I militari durante la perquisizione avevano trovato delle prove che, secondo l’accusa, mettevano Fatone spalle al muro: un giubbotto simile a quello che indossava il rapinatore immortalato dalle telecamere di sorveglianza esterne alla sala slot, un paio di pantaloni della tuta grigi e un cappellino, oltre a un taglierino giallo simile a quello utilizzato durante il colpo.

In casa i carabinieri avevano trovato anche della droga però: quaranta grammi di marijuana, che gli sono costati la condanna a quell’anno di reclusione che di fatto ha già scontato. Per la rapina era finito in carcere perché su Fatone pesavano alcuni precedenti.

 

L’avvocato Nava ha cercando sin dalle prime battute del procedimento penale di dimostrare che quell’uomo immortalato nella fotografia (e riconosciuto dal testimone) non era Antonio Fatone: il Ris ha confermato che i pantaloni della tuta ritrovati in casa dell’imputato non erano identici a quelli del rapinatore, che poi indossava un passamontagna, non il cappellino di Fatone. Ad avvalorare la tesi della difesa, le conclusioni raggiunte dai carabinieri del reparto scientifico: l’uomo della foto era ben più alto e slanciato rispetto ad Antonio Fatone. I militari poi hanno escluso che il Dna dell’imputato fosse compatibile con quello estratto dalle tracce lasciate dai banditi sul luogo della rapina.

 

Alla luce della sentenza emessa dal gup Mascolo, Antonio Fatone ha scontato poco meno di un anno di reclusione (nove mesi in carcere e uno ai domiciliari) per un reato che non ha mai commesso.

A stretto giro la sua vicenda giudiziaria si concluderà: tra pena per la rapina (sei anni e otto mesi) e per la droga (due anni e cinque mesi), rischiava di passare in carcere dieci anni di vita.

 

(fonte: Fa. P., la Tribuna di Treviso, 17 gennaio 2014)

 

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