Un anno di ingiusta detenzione solo per aver offerto un caffè

Claudio Ribelli

Claudio Ribelli

Sei mesi in carcere più altri sei mesi agli arresti domiciliari: in tutto un anno di ingiusta detenzione per un reato mai commesso. Un periodo lunghissimo per un innocente come l’operaio sardo Claudio Ribelli, di Sinnai (Cagliari), accusato senza motivo di aver rapinato una donna puntando il coltello alla gola del suo bambino che era con lei. Il tutto, per un bottino di soli 100 euro più una catenina d’oro.

 

In un riconoscimento all’americana, la vittima della rapina non lo aveva inizialmente riconosciuto. Poi, diverso tempo dopo, aveva cambiato idea: “Sì, il bandito è lui”. E il ventottenne sardo era finito nel carcere di Buoncammino, a Cagliari.  “Prima dell’arresto avevo supplicato le forze dell’ordine di confrontare le mie impronte digitali con quelle trovate sul posto, mi risposero che non erano tenuti a farlo”, racconta Ribelli. “Quando ero stato portato in caserma il giorno della rapina, non conoscevo il motivo. Ma non ero stato arrestato perché la signora aveva detto che non ero io. Poi, dopo un mese aveva cambiato versione, così mi sono ritrovato in carcere da innocente, soltanto perché quella mattina al bar avevo offerto un caffè alla persona che ha confessato il reato”.

 

Secondo l’accusa, il 19 ottobre 2010, due persone erano entrate a casa della donna fingendosi tecnici comunali per rapinarla. Uno di questi era Pierpaolo Atzeni, 34enne di Sinnai, che aveva confessato il reato ed era stato condannato in appello a 5 anni e 4 mesi di reclusione. Ma il complice non era di certo Ribelli. E non lo dice soltanto la sentenza di assoluzione, giunta nel 2012: a scagionare l’operaio c’è anche un video ripreso da una telecamera di una stazione di servizio, nel quale si distingue Atzeni in auto, pochi secondi dopo la rapina con un ragazzo che non è Claudio Ribelli.

 

La Corte d’appello di Cagliari ha stabilito che lo Stato corrisponda all’operaio di Sinnai 91.082 euro come riparazione per ingiusta detenzione, “considerata l’ingiusta privazione della libertà personale patita. La detenzione ingiusta ha provocato “conseguenze familiari e personali, un evidente clamore mediatico, l’offesa alla reputazione (è ancora giovane), la lesione al patrimonio personale e morale”.

Non basta: passare sei mesi in carcere da innocente ha causato in Ribelli innumerevoli e negative conseguenze: “dirette ripercussioni sulla vita che richiedono terapie adeguate, un’accertata invalidità del 30%, senza contare l’obbligo di vivere con altre cinque persone in una cella di 4 metri per 4 priva di acqua calda, riscaldamento e pavimento”.

 

(fonti: l’Unione Sarda e Radio Fusion, 9 giugno 2015)

 

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