Teatro Petruzzelli, il manager vuole i danni

Dopo essere stato sottoposto per circa 16 anni alle indagini e a vari gradi di processo (uno di primo grado, due di secondo e due pronunce della Cassazione), e soprattutto dopo essere stato assolto in via definitiva dall’accusa di aver ordinato il rogo del teatro Petruzzelli di Bari, l’ex gestore Ferdinando Pinto ha chiesto la liquidazione dei danni subiti per la “non ragionevole durata del processo” cui è stato sottoposto. Una durata “ragionevole” del processo in Italia è fissata in sei anni.
Il ricorso – nel quale non si quantifica l’ammontare dei danni “patrimoniali e non” subiti dall’impresario – è stato depositato dal legale di Pinto, avv. Michele Laforgia, alla Corte d’appello di Lecce, competente per territorio a trattare i procedimenti che riguardano la magistratura barese.
Nel procedimento si lamentano non solo i danni subiti da Pinto per le lungaggini del procedimento penale, ma anche quelli legati all’accusa di associazione mafiosa che la Procura antimafia di Bari, nonostante il diverso orientamento cautelare della Cassazione emerso dopo l’arresto di Pinto, ha continuato a contestare all’ex gestore, costringendo – secondo la difesa – a subire nel corso degli anni ingenti danni patrimoniali, personali e professionali.
Danni che l’impresario ritiene di aver subito anche per l’ingiusta detenzione a cui è stato sottoposto per essere stato arrestato il 7 luglio del ’93 e scarcerato per mancanza dei “gravi indizi di colpevolezza” dal tribunale del riesame di Bari il 23 luglio successivo. Anche per questa vicenda Pinto sta per chiedere un risarcimento dei danni.
Il processo per il rogo doloso del Petruzzelli (i cui interni furono distrutti all’alba del 27 ottobre del ’91) è terminato il 15 gennaio 2007 (iniziò il 14 febbraio ’96) con la sentenza della Cassazione che ha spazzato via definitivamente la ricostruzione fatta dalla Procura di Bari: questa accusava Pinto di aver ordinato al clan mafioso dei Capriati (con il quale sarebbe stato indebitato per 600 milioni di lire presi ad usura, circostanza ritenuta non provata dalla Suprema Corte) di incendiare la sua “creatura” per poi lucrare sulla ricostruzione del teatro.
Per questi motivi l’ex gestore (il 6 aprile 2001) venne condannato nel primo processo d’appello a 5 anni e 8 mesi di reclusione (due anni in meno della condanna inflitta in primo grado l’8 aprile ’98) per concorso in incendio doloso.
Il processo approdò in Cassazione che (il 28 maggio 2002) annullò la sentenza con rinvio e mandò gli atti alla Corte d’appello di Bari che, al termine del processo d’appello bis (14 luglio 2005), mandò assolti tutti gli imputati tranne il presunto incendiario Giuseppe Mesto.
Questi, assieme a Francesco Lepore, condannato con sentenza definitiva in un processo stralcio, è stato ritenuto colpevole di aver appiccato materialmente il rogo. Fu infatti proprio per l’intercettazione ambientale di un colloquio tra Mesto e Lepore che gli inquirenti diedero una svolta alle indagini sull’incendio del teatro. Una microspia captò la conversazione nella quale Mesto diceva a Lepore: “Se tu il Petruzzelli non lo facevi, vedi era così?”, e poi continuava: “Madò, non sia mai ci sta qualche microspia, adesso ci devono arrestare”.

(Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno, 18 Settembre 2007)

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